Ariane de Rothschild, la donna che gestisce 156 miliardi di euro – download PDF

La baronessa Ariane de Rothschild è una donna concreta e senza fronzoli. Non esibisce il suo cognome e neppure si sottrae agli impegni che comporta. È capitana di un impero finanziario che gestisce 156 miliardi di euro, tecnicamente è il presidente del comitato esecutivo di Edmond de Rothschild Group. Con il marito Benjamin guida, inoltre, l’Edmond de Rothschild Heritage, un sistema di aziende vitivinicole, ristoranti stellati e hotel di lusso.

È lei la frontman della dinastia dei potenti e leggendari banchieri avviata da Mayer Amschel Rothschild, il pioniere della finanza internazionale e tra i venti uomini d’affari più influenti di tutti i tempi. Il patrimonio finì ai cinque figli. La Baronessa Ariane, nata Langner, ha sposato l’ultimo discendente del ramo francese: quello che più conta.

È banchiera, imprenditrice e filantropa. Quale delle tre anime prevale?

«Non sento di dissociare questi ruoli, fanno parte di un unico lavoro. In uno stesso giorno mi occupo di banca, imprenditoria e filantropia. Edmond de Rothschild è un ecosistema e tutte le attività che si muovono all’interno sono riconducibili allo stesso marchio e ai valori della nostra famiglia.

Dalla storia importante. Cosa continuate a condividere con le passate generazioni?

«Il senso dell’imprenditoria e del coraggio: due elementi che trasmettiamo di generazione in generazione. Il nostro obiettivo non cambia e neppure le strategie per perseguirlo sia che si tratti di creare un’azienda vitivinicola o di condurre operazioni nel settore dell’alta tecnologia, di gestire la transizione energetica o di supportare il business sostenibile in Africa. Cerchiamo di investire nell’economia reale per costruire il mondo di domani attraverso strategie che combinano l’impatto duraturo con l’alta qualità delle prestazioni».

Con che animo sta affrontando questo 2019? Rischia di essere il peggior anno dell’economia mondiale dell’ultimo decennio. L’Europa è vessata da sovranismi, stretta fra guerre commerciali tra i colossi Cina e America.

«Io mi sento fortemente europea. Sono convinta che unità e apertura sia l’unica direzione possibile da percorrere. Si prevedono momenti difficili per tutte le aree di mercato, anche per banche e lusso. Allo stesso tempo, però, queste sfide possono creare altre opportunità».

Tutto sommato è ottimista.

«In Europa stiamo facendo investimenti a lungo termine perché crediamo nelle potenzialità dell’economia. Avere questa condizione e visione a lungo termine consente di andare oltre considerazioni di breve respiro così da trovare condizioni soddisfacenti».

È donna di potere. Capita di sentirne il peso?

«Esercitare il potere implica responsabilità. Sono un’imprenditrice. E per questo credo nel coraggio e nella determinazione. Ogni volta che raggiungiamo un obiettivo, mi chiedo quali siano i margini di miglioramento. Questo fa parte dell’essere una Rothschild. Non puoi essere soddisfatto di ciò che già esiste».

Sergio Marchionne disse che a un certo punto il leader, dopo aver ascoltato tutti, deve decidere da solo. E «non c’è niente di più pauroso di riconoscere con te stesso di essere solo».

«Per la verità, esercitare un potere implica anche dover prendere talvolta decisioni ardite. Allo stesso tempo, credo che nessuno possa realizzare le cose da solo. Sono un’investitrice molto attiva, fa parte del mio ruolo indicare la direzione. Posso contare su un incredibile team che tra l’altro include sempre più donne dalle notevoli capacità e abilità imprenditoriali».

In cosa consiste lo spirito imprenditoriale?

«È alle fondamenta dell’economia e della salute di un Paese. E noi siamo imprenditori da sette generazione».

Tempo fa un quotidiano francese l’ha definita «baronessa impaziente». Si riconosce in questa definizione?

«Quando nel 2015 divenni Ceo del Gruppo, lavoravo con la mia squadra per far partire il più velocemente possibile una serie di progetti finalizzati a trasformare sia le nostre attività di lifestyle sia quelle finanziarie. Però non mi sembra corretto bollare tutto questo con il termine impazienza. Sono convinta che nel mondo della finanza e del lifestyle le prestazioni vengono tarate sul lungo periodo. È una questione di visione e di determinazione. Impari questo se operi nel settore del vino che tra l’altro coinvolge la nostra famiglia da generazioni».

Lavorare a contatto con la natura cosa ha insegnato a chi, come lei, si muove da sempre nella finanza?

«Il senso del tempo. Costruire un’azienda vitivinicola e portare il vino ai massimi standard esige tempi lunghi. Abbiamo impiegato dieci anni a Rioja, per fare partire la nostra Bodega. Ci siamo armati di pazienza e abbiamo selezionato ogni vite e ogni ettaro, anno dopo anno, L’azienda è stata costruita dal nulla esaminando ogni elemento: dalla terra alla bottiglia. Sono state investite tanta energia e tempo, e su tutto ha prevalso il senso della determinazione e la resilienza, non certo l’impazienza».

È nata borghese ed è baronessa dal 1999. Come si sente nei panni patrizi?

«Quel che so è cosa significhi portare un nome come Rothschild. Chiede molto. È praticamente un lavoro. Senti il dovere di costruire qualcosa e di aggiungere qualcosa a un nome che è un patrimonio. Prima di tutto, sento il dovere di tutelare i valori che hanno guidato le precedenti generazioni e sono arrivati a noi».

A partire dalla filantropia dove lei è in prima linea.

«Sento la necessità di perpetuare la tradizione della famiglia Rothschild, da sempre impegnata in opere filantropiche. E se fino ad ora c’era una netta separazione tra business e filantropia, oggi tutto converge verso uno stesso obiettivo».

Quanto alla finanza?

«In questo mondo penso che il nome Rothschild significhi qualche cosa per i nostri clienti. Siamo un’azienda indipendente e di proprietà famigliare. Per generazioni abbiamo sostenuto e seguito le nostre convinzioni usandole come bussola per resistere ai movimenti del mercato a breve termine. Questa storia e questi valori ci aiutano a comprendere i nostri clienti, a porci in modo diverso rispetto a una banca tradizionale e a ispirare così fiducia».

Ha vissuto in tutto il mondo, al seguito di un papà manager. Questa infanzia da globe trotter che ripercussioni ha avuto su di lei?

«Ho avuto la possibilità di vivere nel nord e nel sud dell’America, ma anche in Europa e Africa. Questo sicuramente ha avuto un impatto sulla mia visione del mondo».

Che osserva da diverse prospettive.

«Non posso che pensare alle cose in un modo globale. Ho studiato negli Usa quando il movimento dell’affermative action (ndr discriminazione positiva) era in pieno svolgimento e questo ha influenzato senza dubbio la visione che oggi ho della diversità. Io sono pro-quota. Le persone hanno bisogno che venga data loro una possibilità. Dopodiché, naturalmente, la capacità diventa il fattore determinante».

C’è una frase o motto a lei particolarmente cari?

«Il celebre acronimo KISS, keep it simple, stupid (è stupido complicare). Ricorreva spesso durante il periodo del MBA. Col tempo ho capito quanto è importante questo approccio: semplificare. E poi, molto semplicemente, il verbo Pensa. Lo dico spesso anche alle mie figlie: pensate».

Che rapporto ha con i soldi?

«Di generazione in generazione, la nostra famiglia è stata guidata dalla convinzione che il benessere non è il fine ma un mezzo per costruire qualche cosa. Bisogna avere degli obiettivi, anzitutto sostenere l’economia e la società del futuro. Ecco perché tutte le nostre attività vogliono dare una risposta ai bisogni dell’economia reale. E proprio come le precedenti generazioni che hanno contribuito, per esempio, allo sviluppo delle ferrovie durante la prima rivoluzione industriale, oggi stiamo investendo in infrastrutture, innovazione e progetti con lo sguardo fisso sul futuro come la transizione energetica e lo sviluppo urbano. C’è poi una dimensione personale dell’investimento. Quello che voglio, e quello che i miei clienti vogliono, è credere in quello che faccio. Per questo io e mio marito investiamo in prima persona in tutti i prodotti. Non sono una persona passiva, e allora perché dovrei essere una investitrice passiva?».

Accennava alla prima rivoluzione industriale. Oggi viviamo la rivoluzione digitale.

«All’epoca i Rothschild sostenevano lo sviluppo della ferrovia nonostante i dubbi e le opposizioni esterne: non si capiva che queste infrastrutture avrebbero cambiato il mondo e neppure si comprendeva quali tipi di competenze erano necessarie. La rivoluzione digitale è l’equivalente di questa rivoluzione che sta cambiando radicalmente le nostre vite professionali e personali».

Come è possibile che la produttività stia diminuendo a fronte di questa rivoluzione?

«Accade perché il capitale umano non è sufficientemente coinvolto in decisioni strategiche. Le aziende hanno bisogno di gente qualificata, e spesso le scuole non offrono figure all’altezza delle richieste. Anche la forza lavoro già attiva ha bisogno di essere riqualificata, non è accettabile che persone di mezza età siano estromesse dal lavoro perché hanno competenze obsolete. Assimilare e condividere innovazione è l’imperativo per lo sviluppo della società del futuro».

Che obiettivi si pone entro i prossimi cinque anni?

«Ci sono due punti da cui dipendono tutti gli altri e che interessano tutti i continenti: il cambiamento climatico e l’espansione urbana incontrollata. Questi sono i vettori delle crescenti perturbazioni nelle relazioni internazionali e nell’economia globale. Interferiscono anche sulle nostre vite quotidiane in termini di alimentazione, edilizia e trasporti. Per questo stiamo accelerando gli investimenti nell’immobiliare e nello sviluppo del settore urbano, ma anche energia e ambiente nelle aree di sviluppo. Negli ultimi anni, abbiamo convertito aree urbane dismesse in edilizia abitativa sostenibile, anche con investimenti in energia dalle biomasse».

A proposito di immobiliare. Nel 2017 è riuscita a lanciare a Megève il primo hotel sulle Alpi della catena Four Seasons. Parte del cuore dei Rothschild continua a battere lassù, nel villaggio dove nacque My Way.

«I Rothschild investono in Megève ormai da un secolo, dal 1920 quando crearono Mont d’Arbois. Con il Four Seasons vogliamo continuare il sogno di Noémie de Rothschild alzando ulteriormente il livello d’eccellenza raggiunto. Ora stiamo lavorando con il team per trasformare Megève in una destinazione di benessere per l’estate, il ristorante ha già ottenuto la seconda stella Michelin».

Avete in programma altri investimenti?

«Lo sviluppo delle attività dell’Edmond Rothschild Heritage è una storia di incontri e scoperte. Così siamo arrivati alle nostre aziende di vini all’estero e abbiamo deciso di creare un Four Seasons in alta quota. Ogni giorno è un’opportunità di promuovere ulteriormente le nostre attività e di esplorare nuovi territori. Ci saranno nuovi progetti legati a quest’area di Megève però è ancora troppo prematuro per parlarne. C’è un tempo per ogni cosa. Ogni progetto che sviluppiamo è speciale, perché deve essere allineato con il nostro Dna e portare un’esperienza unica ai nostri clienti».