Andris Nelsons – direttore d’orchestra  – è cresciuto in Lettonia: “So bene cosa vuol dire vivere senza libertà”, confessa.

Andris Nelsons è il direttore d’orchestra quarantenne posizionato più in alto di tutti. E se la carriera procede come sta andando, tempo vent’anni e sarà il re assoluto.

Come vive, Nelsons, il riemergere delle antiche tensioni da cortina di ferro? Perché lui ne sa qualcosa. È cresciuto in un Paese, la Lettonia, satellite dell’ex Urss, gli studi e il talento lo portarono a San Pietroburgo, all’epoca Leningrado. Dirige una delle orchestre top d’America, la Boston Symphony e da quest’anno anche la Gewandhaus di Lipsia, il complesso più antico del mondo e per anni il sollievo della Sassonia che da forza trainante dell’economia tedesca – terra di motori, industrie siderurgiche, meccaniche, elettrotecniche – sprofondò nell’egualitarismo sovietico.

Forse, proprio per questo, ora Nelsons non vuole commistioni fra politica e arte. Non creerebbe mai un’orchestra con musicisti appartenenti a Paesi nemici, come ha fatto Barenboim con la Divan unendo palestinesi e israeliani, non andrebbe in luoghi di scontri come fa Valery Gergiev. «Non dobbiamo politicizzare la musica». E chiarisce il concetto spiegando: «Non mi vedrete mai nella Piazza Rossa di Mosca, per citare un luogo emblematico. I musicisti non devono fare concerti politici, il nostro compito è contribuire a educare le persone che solo così, con una buona formazione, saranno in grado di scegliere liberamente».

E ora il maestro sta festeggiando il debutto di collaborazione con la Gewandhaus con una serie di uscite discografiche dedicate a Bruckner. E sempre per Deutsche Grammophon, con la quale ha un contratto in esclusiva, agli esordi pubblicò il cd Shostakovich: Under Stalin’s Shadow (Shostakovich: all’ombra di Stalin). Nomini Stalin, e subito la mente va al clima di oppressione. «Noi lettoni non potevamo cantare i nostri canti e parlare la nostra lingua. Quando venni per la prima volta in Occidente, fui scioccato nel vedere quel benessere a noi sconosciuto. In compenso, il sistema di lavoro stacanovista e l’eccellenza delle scuole si sono rivelati preziosi. Il senso di disciplina è stato determinante nella mia carriera». Utilissimo soprattutto ora che combina due direzioni stabili di orchestre d’alta gamma e in due continenti diversi. Compito arduo e che forse ha dato un contributo al naufragio del matrimonio con Kristine Opolais, cantante in carriera. Facevano coppia da quando erano poveri ma belli. Hanno sempre protetto la loro vita privata con nordica discrezione. La separazione è stata comunicata con due righe. Nessun commento successivo.

Nelsons vive le due città in modo totale, ci spiega. Per cominciare, segue le partite di calcio e baseball di entrambe le squadre. «Hanno un’alta qualità della vita. Boston è la capitale culturale degli Usa, ha questa fantastica orchestra, università e ospedali di prima classe. Mi trovo particolarmente bene perché è la città più europea d’America. Lipsia è sinonimo di lunga tradizione, è la città di Bach, di Schumann, di Wagner, Mendelssohn. A Boston l’orchestra è finanziata da privati mentre la Gewandhaus in parte da privati, ma è soprattutto lo Stato a contribuire. L’azione dei filantropi americani è meritoria, però ritengo doveroso da parte dello Stato sostenere enti e attività d’arte e cultura, deve contribuire in prima persona allo sviluppo umano». Domanda. Lui che opera a Boston, culla dell’università scientifica numero uno al mondo, il Mit, che rapporto ha con la tecnologia? «Non sono particolarmente disinvolto in tema di high tech, ma lo apprezzo e soprattutto se penso agli apporti nel campo medico». Altra curiosità. Dirige l’orchestra che ha come main sponsor Porsche. Ne possiede una? «Non ho la patente. Però è l’auto dell’orchestra quindi gli spostamenti li facciamo in Porsche. Guida l’autista».