Canoista, tre ori olimpici, uno dei più grandi atleti italiani spiega così i suoi successi: «Il talento non basta, a vincere si impara». Parola di ANTONIO ROSSI

Con tre ori, due ad Atlanta e uno a Sydney, un argento e un bronzo nella canoa kayak, Antonio Rossi ha contribuito a scrivere la storia dei Giochi Olimpici diventando il più grande canoista italiano di tutti i tempi. Lecchese, classe 1968, alfiere azzurro alle Olimpiadi di Pechino 2008, ha partecipato anche ai Giochi di Rio come membro del Consiglio nazionale del Coni e assessore allo sport e politiche giovanili della Regione Lombardia.

Un campione, anche di fair play, e per questo è stato prescelto per far parte della giuria del Premio Fair Play di Castiglione Fiorentino, la manifestazione che da vent’anni ha attratto nella cittadina della Val di Chiana oltre 280 personaggi dello sport, scelti perché modelli di correttezza.

Oggi fair play è diventata la parola d’ordine. Ci sono però discipline che fanno più fatica a uniformarsi ai nuovi canoni.

«Diciamo che gli sport di contatto si prestano meno al fair play, fermo restando che tutti gli sport dovrebbero rispettare le regole del gioco corretto. Dovrebbe essere la norma, fin da piccoli lo sport ti insegna determinati valori e regole».

A lei che cosa ha insegnato?

«Il senso del rispetto. Rispetto delle regole, dell’avversario, della decisione scomoda dell’arbitro, del proprio corpo. E poi, il valore dell’amicizia, del sacrificio. Lo sport può aprire il carattere e rendere meno introversi».

Quello all’introversione è un riferimento personale?

«Eh sì. Ero introverso, molto timido, quindi il fatto di entrare in una squadra, di passare dalla piccola cittadina, quindi alle competizioni provinciali, poi nazionali eccetera, mi ha aiutato ad aprirmi. Lo dico sempre ai ragazzi quando vado nelle scuole: gli sport di squadra aiutano molto nel processo di autostima. Si capisce di avere un ruolo, di essere determinanti».

Fermo restando che senza autostima è difficile diventare campioni. Giusto?

«Dipende dalle dosi. L’eccesso di autostima può creare problemi. È vitale avere fiducia in sé ma anche rimanere umili. Poi ci sono sport che richiedono umiltà più di altri».

Il suo, per esempio?

«Sicuramente. Nella canoa si ha la consapevolezza di dover sempre partire da zero a ogni allenamento, si sa che ci vuole tantissimo per recuperare frazioni di secondi. Lavorare tanto per ottenere risultati, tiene coi piedi per terra. E poi si sfugge all’esposizione mediatica di altri sport, è difficile montarsi la testa».

Come accade nel calcio?

«Vero. Però ho conosciuto giocatori di calcio generosi e umili, al servizio dello sport».

Un nome?

«Paolo Maldini tra tutti».

In realtà risultati e prestanza fisica le procurarono un bel bagno di notorietà. Come l’ha vissuto?

«Quando si parlava di me, si parlava anche di canoa, e la cosa mi faceva molto piacere. I tesserati aumentarono. Però ho vissuto le ospitate in tv e vari servizi come un gioco. Per me contava vincere alle Olimpiadi, seguire la mia famiglia. Tenga conto che a due mesi dai Giochi Olimpici mi sposai».

Parlava di «rispetto del proprio corpo». Ora che non gareggia, lo rispetta come prima?

«Cerco di fare sport, ma un po’ per mancanza tempo e un po’ per pigrizia non riesco più a essere costante. E mi rendo conto di come stavo un tempo rispetto ad ora».

Come stava?

«Una macchina perfetta. Ora non è così, però bisogna tener conto del passare degli anni, il metabolismo cambia, rallenta. Credo poi sia giusto concedersi qualche vizio a tavola, la vita è fatta anche di gioia».

Basta sacrifici?

«Quando si fanno, si fanno per altri motivi. Non più per ottenere una determinata prestazione atletica, ma per rispettare il cuore, per evitare colesterolo eccetera. Qualche sacrificio e un po’ di attività fisica migliorano la vita. Basta poco per vincere la pigrizia, se sei costante non fai fatica».

Va ancora in canoa?

«No. Seguo un po’ mio figlio, ma la canoa non la pratico più: ho in testa certe prestazioni, e poi è pur sempre la testa di un agonista, quindi ora per me la canoa non ha più senso».

Con che cosa l’ha sostituita?

«Bicicletta, corsa in montagna, attività aerobiche per mantenersi in forma. Per esempio vado a Milano in bicicletta».

Da Lecco?

«Sì, parto alle 5.30 del mattino, arrivo in Regione, mi cambio. E la sera rientro».

Mica male…

«Macché, fra Lecco e Milano ci sono solo 50 chilometri».

Torniamo agli inizi, alla prima medaglia olimpica. Barcellona 1992. Che ricordi ha?

«Vivi, vivissimi. Fu una medaglia importante, che per me valeva un oro, solo dopo capii la differenza fra bronzo e oro. Fu un punto di partenza decisivo. A casa gli amici dissero che era stata solo questione di fortuna, e questo mi stimolò a dimostrare che non era così. In generale quando rivedo alcune gare o premiazioni, o sento il commento di Galeazzi, mi emoziono ancora. Aver vissuto tutti quegli anni da atleta è stata una grande fortuna».

Quanto ha contato la famiglia?

«È stata determinante. E per famiglia intendo genitori, fratelli, mia moglie, allora fidanzata. La donna di uno sportivo deve avere molta pazienza, sa che sei sempre in giro, e non deve fartelo pesare. La stessa società sportiva diventa parte della tua famiglia».

Dove conserva trofei e medaglie?

«Le 60 coppe le tengo in libreria, le medaglie olimpiche in un cassetto. Le porto nelle scuole, mi piace farle toccare ai ragazzi e spiegare che partii da Lecco dove non vincevo niente, neanche un campionato provinciale, e arrivai alle Olimpiadi. Lo faccio per dimostrare che bisogna credere alle proprie passioni».

Passione e desiderio di vincere. Perché non basta partecipare, giusto?

«Si gareggia per vincere, questo è sicuro. È solo questo approccio che porta a dare il massimo».

Chi sono gli sportivi che apprezza di più? Quelli più completi?

«Ne conosco così tanti che non vorrei fare torto a nessuno. Però non posso non citare Jury Chechi, ci conosciamo dal 1996, la nostra è un’amicizia fraterna. Le due famiglie si frequentano, condividiamo anche le vacanze. Anche con Alberto Tomba ho trascorso bei momenti, ha due anni più di me ma siamo nati nello stesso giorno, una cosa che ci lega ancor di più. Alberto offre l’esempio di un grandissimo talento. So che dava un’impressione diversa, sembrava uno che si dava arie, invece è molto generoso».

Ogni professione ha una sua forma mentale specifica. Qual è quella dell’atleta?

«Per la verità ho conosciuti atleti con teste talmente diverse… Posso dire come è la mia. Sono il quinto di cinque figli, e questo ha contribuito a far sì che io stia bene in mezzo agli altri. Poi, essendo in tanti, le regole dovevano essere rispettate. Bando ai capricci insomma. Alla Canottieri di Lecco non riuscivo a vincere niente e il fatto di non poter puntare in primis sul talento fisico ha fatto sì che puntassi sulla testa. Ho lavorato tanto, davvero tanto. E anche ora non mi tiro indietro».

E a scuola era bravo?

«Sono l’unico dei cinque fratelli a non essermi laureato, ho un diploma di liceo scientifico. Comunque mai stato bocciato, ho studiato con regolarità. Col senno di poi, mi spiace che alcune materie, come Letteratura e Filosofia, le abbia studiate per superare le interrogazioni, senza grandi approfondimenti».

È più difficile reggere il peso della vittoria o della sconfitta?

«Vincere non è mai un peso. E dopotutto neanche una sconfitta: va presa come un’esperienza. La sconfitta insegna che non si ha lavorato bene, non si è dato il massimo. Bisogna guardare avanti, lo sport insegna a rialzarsi velocemente, spinge a guardare fermamente all’obiettivo successivo».

E quando ha smesso di gareggiare è stata una liberazione o è andato in crisi?

«Crisi direi di no. Certo, una volta finito tutto mi sono chiesto: cosa faccio ora per riempire le sette ore che dedicavo all’allenamento? Prima ho fatto l’errore di accettare un sacco di impegni che arrivavano. Poi ho trovato un equilibrio».

Chi sono i canoisti più promettenti?

«Nella categoria Juniores ce ne sono tanti. Poi, quando fanno il salto, e passano ai «grandi», si perdono. Non so se è questione di allenamento o di testa. Ma una cosa è sicura. Abbiamo tanti ragazzi capaci e con tanta voglia di lavorare, basta dire che i giovani sono pigri e viziati: non è vero».