Ha fondato Alfasigma, un colosso della farmaceutica: «L’imprenditore ha una responsabilità sociale, la ricchezza può far bene a tutti»

Nel 2020 Marino Golinelli compirà cent’anni. Cresciuto in una famiglia contadina del modenese, dopo la laurea in farmacia ha avviato un’azienda farmaceutica, ora Alfasigma, uno dei big della farmaceutica italiana. È scienziato-imprenditore, ma ancor prima filantropo. Nel 1988 ha creato una Fondazione per la formazione dei giovani, che dal 2015 è diventata il cuore e cervello dell’Opificio Golinelli, cittadella del sapere, alle porte di Bologna, presieduta da Andrea Zanotti.

«L’intelligenza di esserci» è il motto di questo ecosistema che mette insieme formazione, innovazione e impresa, scienze e arti. Un mondo, che ora accoglie anche un incubatore di start up, G-Factor, per il quale Golinelli ha già messo a disposizione 90 milioni di euro. «Ma ne darò molti di più», precisa.

È già meritorio quanto fatto fino a ora

«Li ho, quindi li do. Altrimenti a chi lascio i quattrini? Voglio bene ai miei figli, ma che ne abbiano 10 o 9, cosa cambia per loro? Cosa rimarrà quando me ne andrò? Una targhetta. Targhetta più, traghetta meno: non mi interessa. Il punto è lasciare qualcosa per gli altri».

E lei lascia mezzi e strumenti per moltiplicare competenze, sapere, spirito imprenditoriale.

«Ogni azienda dovrebbe dotarsi di uno strumento per trasmettere il significato profondo della sua attività».

Perché ha scelto come motto «L’intelligenza di esserci»?

«Noi dobbiamo fare e pensare alla società di domani, a quella del 2100. Dobbiamo immaginarci un mondo possibile che sia più equo e democratico. Dobbiamo chiederci perché siamo qui. Qual è il significato profondo della vita?».

Lei cosa risponde a questa domanda?

«Siamo qui per vivere con sapienza e nel rispetto degli altri. Uno deve riuscire a combinare vari pezzetti e avere un’armonia intellettuale, avere una visione olistica».

Cosa vede quando si guarda indietro?

«Sa, ho avuto una vita molto difficile. Ho visto il lato peggiore dell’uomo e della donna».

Cosa è il peggio per lei?

«Innanzitutto la mancanza di solidarietà, l’ipocrisia, il venire meno del principio di uno che è caduto in difficoltà e nessuno gli allunga la mano. Per questo trent’anni fa ho deciso di fare una Fondazione. Perché l’imprenditore ha una responsabilità sociale verso gli altri. È quel che dissi a Papa Francesco».

Quando l’ha incontrato?

«Due anni fa, Confindustria aveva organizzato un incontro nella Sala Nervi. L’allora presidente, Squinzi, mi disse Marino, vai tu a parlargli. Al Papa dissi che noi abbiamo una responsabilità sociale, un impegno morale. È appena scomparsa Marella Agnelli. Ma alla fine, lei, Giovanni, la famiglia Agnelli cosa hanno lasciato? Non do una risposta, però voglio sollevare la questione. Uno può avere fatto i quattrini da ladrone, come i Rockefeller, però almeno hanno lasciato qualcosa. Lo stesso i Carnegie. La ricchezza può essere male, può essere bene».

È più male o più bene?

«Se uno fa i quattrini e fa lavorare la gente, è bene. Il punto è guardare avanti, alla società di domani. I politici che politica fanno per il futuro dei giovani?».

Ha attraversato un secolo di storia, dalla Marcia su Roma a Salvni. Come vede la politica italiana di oggi?

«Mussolini, Salvini. Mah, mettiamo Renzi in mezzo. Guardi lì, nella foto. Renzi era venuto all’Opificio per il taglio del nastro. Era uno che credeva nel futuro. Per il resto ha fatto non pochi errori».

Nel 1968 prendeva il suo primo volo per gli Usa. Atterrato a New York

«In quella fase ritenevo che fossero due le capitali del mondo. Venezia, cuore della cultura e NY cuore dell’innovazione. Andai negli Usa per creare un’azienda. Sa quanto fattura adesso? Un miliardo e 90 milioni. Direi che va bene».

Da allora è tornato con regolarità in America.

«Lì, ho incontrato e frequentato tanti scienziati».

Il più carismatico?

«James Watson (il padre del Dna ndr), trascorrevo i fine settimana con lui. E ho imparato tanto da lui».

Cosa in particolare?

«Aveva creato una scuola. La vidi, mi piacque e volli portarla qui. Frequentavo anche il Nobel della penicillina. Suonava il pianoforte. E io amo la musica, soprattutto Puccini, un po’ meno Verdi devo dire».

L’opera prediletta?

«Turandot».

Lei è un grande collezionista.

«Non mi piace essere considerato un collezionista. Amo i quadri, e più o meno li capisco, quindi li compro. E sa perché?».

Perché?

«Perché l’arte insegna a vivere, consente di imparare e di conoscere. Guardi, questi sono quadri africani, mi fanno entrare nel vivo della cultura di quel continente. Arte e scienza sono un perfetto binomio. All’università frequentavo il laboratorio dei colori. Li facevo con le mie mani. Il colore è un fatto fisico, è percezione che arriva dal cervello. Tanti miei amici vengono da lì. Sono neuroscienziati».

Il pittore del cuore?

«Picasso. Oggi tutti copiano. Chi sono gli artisti veri? Da dove prendono l’ispirazione gli artisti di oggi? Una volta c’erano le scuole. Ma adesso?».

Mamma e papà erano contadini. Le risorse scarseggiavano. Saranno stati anni duri…

«Avevamo un pezzetto di terra, mucca al pascolo, si faceva del formaggio, il grana. Mamma vendeva le uova, le galline. I miei lavoravano duro. Non c’erano bagni, sa che dormivamo con il prete?».

Con il prete?

«Intendo lo strumento con la brace da mettere sotto le lenzuola. Eravamo a San Felice sul Panaro, è umido e freddo lì. Quindi capitava di ritrovarsi i candelotti».

Ha confessato che inizialmente era uno studente poco appassionato.

«Ero amorfo. Timidissimo».

Amorfo forse è un po’ troppo.

«Era proprio così. Non avevo interessi. Facevo i miei sei chilometri in bici per andare a scuola, e mi infangavo regolarmente le gambe. Giocavo un po’ a calcio, per il resto niente».

Fino a quando, adolescente, scoprì l’atomo.

«E si aprì un mondo. Decisi di studiare chimica, poi passai a farmacia. Alla fine noi di cosa siamo fatti? Sa di cosa sono fatto io?».

Determinazione e coraggio

«No, sono un ammasso di 1,4 kg di calcio, fosforo e azoto».

Con questo ammasso lei ha costruito una fortuna economica. A cosa deve, anzitutto, questo successo?

«Sono stati fondamentali due prodotti di ricerca del sottoscritto: uno nato nel ’68 un altro nel 1973».

Domina la paura per l’innovazione tecnologica. Si teme che l’intelligenza artificiale spazzerà via tante professioni, che saremo sostituiti da robot eccetera. Lei che idea s’è fatto?

«Da sempre tecnologia e sviluppo creano preoccupazioni. Prima c’erano i cavalli, poi arrivò il vapore, il motore e sempre si è temuto la distruzione. Ora leggiamo che con la robotica finirà il lavoro. Abbiamo un Casaleggio che dice l’uomo vive un giorno solo, perché il resto? Non so come faccia a pensarlo».

Come legge l’evoluzione sociale?

«C’è chi dice che il mondo cambia con l’innovazione. Altri ritengono che il mondo cambia perché cambiano gli equilibri sociali. Io sono per la prima ipotesi. Penso che i cambiamenti sociali siano una conseguenza del mondo che cambia perché si innova. Prendiamo Galilei. Le sue dimostrazioni rivoluzionarono il mondo, anche in campo sociale».

Il presidente Sergio Mattarella alla Luiss ha lanciato un appello: basta improvvisazione, ma più sapere e competenze.

«L’ho detto a Mattarella: Io lavoro per i giovani. È ovvio che la conoscenza sia alla base di tutto. Perché mi fa questa domanda?».

Perché il concetto sembra sfuggire a molti, meglio ribadirlo…

«Incredibile. Dobbiamo ricordare l’ovvio. Senza conoscenza non si va da nessuna parte. Dobbiamo vivere in decrescita o pensare al futuro? Poi magari scoppierà, ma il mondo è sempre andato avanti. E dal momento che va avanti, dobbiamo guardare avanti».

Non solo va avanti: lo fa sempre più velocemente.

«Infatti è un momento di grande preoccupazione. Ricordo che ero nell’università di Bologna e mi sono chiesto: se pensassimo a come sarà il mondo fra 50 anni, nel 2065? Così abbiamo messo a punto un progetto che intende anticipare il futuro anziché rincorrerlo».

Come vede i prossimi 50 anni?

«Inizio a porre degli interrogativi. Nel 2065, l’uomo come vivrà? Il lavoro non ci sarà più o si lavorerà tre giorni la settimana? Quali valori dobbiamo pensare di lasciare ai cittadini del 2100? Come vivranno? Probabilmente non ci saranno più fabbriche, ospedali. Sarà possibile guarire con farmaci geneticamente modificati. Ma chi li pagherà? Solo il 5% della gente potrà permetterseli. E gli altri?».

E gli altri appunto?

«È responsabilità dei politici e imprenditori guardare avanti. Penso agli imprenditori bravi, quelli che fanno soldi. E poi magari li lasciano a figli che non hanno voglia. Io sono un imprenditore della prima generazione, ho nipoti, uno di 32 e l’altro 29 anni, quindi siamo alla terza generazione. Con mia moglie Paola cerco di coltivare la terza generazione».

Quindi lei segue i nipoti?

«Sì, e speriamo bene. Loro sono ricchi. Lo dico anche ai miei figli: voi siete ricchi».

Anche lei

«Ma no. A me preme solo mantenere la mia salute. Per il resto, il mio dovere è lasciare qualcosa agli altri».

Nel 1948 creava un laboratorio che negli anni è diventata l’azienda oggi miliardaria. Che obiettivi si era posto allora?

«Quando fondai l’Alfa lo feci dopo avere escluso che non avrei fatto l’investitore immobiliare perché l’edilizia era il luogo della corruzione. Io mi ero detto che l’imprenditore deve produrre ricchezza, creare lavoro e pagare le tasse. Qualcuno magari adesso dice: ma sarà vero che ha fatto così? Sì, è vero. È tutto scritto e documentato».

All’Opificio è venuto Silvio Garattini per il lancio del nuovo padiglione…

«Pensi che eravamo in America quando gli spiegai che volevo fare una Fondazione. Lui mi spiegò come procedere, dal notaio in poi. Venne qui apposta, nel 1988 quando inaugurammo la Golinelli, durante l’anniversario del nono centenario della fondazione della prima università del mondo, quella di Bologna».

Ora collaborate sempre di più con le università.

«A Bologna finalmente c’è un bravo rettore, quelli precedenti valevano poco. Lui ha capito il rapporto scuola-università. Un rapporto che io avevo visto ben sviluppato dal Politecnico di Milano. Troppe università hanno fatto errori, non hanno capito che la società stava cambiando e che quindi anche loro dovevano cambiare».

Cosa le piace sentirsi dire dai giovani che crescono all’Opificio?

«Stamattina un giovanotto è venuto a salutarmi e mi ha detto che aveva sentito di questa nostra iniziativa a Bologna. Allora aveva iniziato a lavorare sperando nella borsa di studio. Oggi è qui perché è stato selezionato. Tante università offrono qualche migliaia di euro e poi spariscono: non ha senso. Poi? Finiti i soldi? Io anzitutto dico: vanno selezionate le idee, si parte da qui. Poi bisogna aiutare a sviluppare queste idee. Bisogna tenere conto dell’intero processo. Noi facciamo un contratto, e se le start up funzionano i benefici andranno a loro ma anche alla Fondazione che deve guardare al futuro, ai prossimi anni. Sa, io farò una bella donazione, però bisogna guardare anche oltre».