Ha 64 anni, gran parte dei quali spesi sul podio, frequentato fin dall’adolescenza. Riccardo Chailly ha infatti un passato da enfant prodige della direzione d’orchestra. Un talento bruciante il suo, sbocciato in una famiglia musicalissima di Milano: la città dove è nato, si è formato ed ora è tornato da numero uno. Perché è lui il volto del Teatro alla Scala di cui è stato per due anni Direttore Generale e da gennaio Musicale. Per onorare gli impegni milanesi, ha chiuso anticipatamente il rapporto con i complessi del Gewandhaus di Lipsia, mantenendo quello con l’Orchestra di Lucerna: una Lamborghini sonora da rimettere in pista nella pausa estiva.

Si sa. Il direttore è uomo di comando. Che però Chailly esercita con garbo,  restio per natura ad autoritarismi e sovraesposizioni. Anzi. Punto chiave del  suo business plan  scaligero è “non essere sempre presente, egocentrico. La mia persona non deve invadere il cartellone”. Nell’era Chailly, la Scala si è aperta a direttori e orchestre ospiti di rilievo.“Questo teatro ha bisogno di un programma di tournée regolari, in centri importanti, è poi imprescindibile far parte di un circuito video e audio”, spiega. Di fatto, teatro e orchestra scaligeri sono finalmente tornati in sala d’incisione, quella della Decca. Fra i progetti, già in fase di realizzazione, l’integrale operistica di Giacomo Puccini, “un compositore identificabile in poche note, per timbro, ritmo, non parliamo poi della melodia. E’ un autore complesso. L’attacco di Bohème, per esempio, è fra i più difficili in assoluto”. E a dirlo, è l’interprete di riferimento di Puccini, considerato “il mio fratello gemello”. Chailly ci anticipa che con l’Orchestra Filarmonica della Scala inciderà pagine del felliniano Nino Rota, “ho diretto più volte La Strada, anche con i Berliner”. Tra l’altro, è nel segno di questo autore che terrà un concerto in Piazza Duomo di Milano, l’11 giugno, alla testa della Filarmonica della Scala, con il pianista-fenomeno Daniil Trifonov.

Chailly è un raddrizzatore di torti, o se si vuole, l’uomo delle rinascite. Con lui, opere o versioni dimenticate escono dagli archivi e vengono rappresentate. In aprile, dopo 200 anni di assenza, ritorna sulle scene La Gazza ladra di Gioachino Rossini, nell’allestimento di Gabriele Salvatores. Anche la prossima prima della Scala, con Andrea Chénier di Umberto Giordano, sarà affidata a un regista di cinema, Mario Martone. Perché attingere risorse dal cinema? “E’ importante trovare una formula scenica che abbia possibilità di innovazione. Portare avanti un  pensiero che rinnovi l’immagine dell’opera”. Lui che ha avuto diverbi con registi intemperanti, si affretta anche a ricordare che “deve esserci la consapevolezza di appartenere al percorso obbligato di un’opera lirica. La musica è un elemento che deve andare parallelamente al pensiero registico. Toppo spesso questo non accade. Per creare un nuovo che abbia coerenza, deve esserci dialogo fra regista e direttore. Capita di vedere lo spettacolo andare in una direzione e la musica in un’altra: questo non deve verificarsi”. Insomma: no agli ego-registi

La prossima Prima della Scala avrà di nuovo la star Anna Netrebko, “scaveremo nelle linee interpretative più interne alla melodie. Anna è cantante dalla voce straordinaria, bella, ma a renderla un grande soprano è il suo lavoro interpretativo globale, conosce e rispetta il valore della dizione di parole e frasi , in questo caso veriste”. Quanto alla scelta del titolo: “Andrea Chénier è un lavoro emblematico del Verismo, fa parte della cultura milanese, è nato qui”. 

Chailly ha trascorso decenni fra Germania e Olanda.  Bei tempi, sospira. Ma è felice di “trovarsi inserito con calma in questa città, nel suo bioritmo, Milano è molto evoluta, vedo offerte in tutti campi. Poi mi piace il nuovo skyline”.  “Calma” appunto. A un soffio dal mezzo secolo d’attività, il direttore si concede un lusso: “una maggiore disponibilità di tempo. Lo dedico allo studio, è un privilegio poter approfondire. Per Bruckner, per esempio, sono trascorsi dieci anni prima che arrivassi a una mia linea interpretativa”. E comunque, la ”conoscenza dà più mordente a scelte rischiose o forti. Il caso dell’opera Madama Butterfly, quando la proposi nella versione del 1904, vidi perplessità”, ma la forza persuasiva, nata dalla perfetta conoscenza della materia, fu tale da fugare dubbi. E Butterly si è rivelata uno dei più grandi successi scaligeri degli ultimi tempi. Chailly arriva alla Scala all’apogeo di carriera, in una fase aurea, deciso ad offrire al teatro milanese “una sintesi dell’esperienza vissuta nel Nord Europa. Sto lavorando molto sull’identità del suono scaligero, ma anche sulla disciplina musicale collettiva”. Disciplina determinante “per la qualità finale”. Polso fermo e guanto die velluto. Perché un direttore ha a che fare con uno “strumento umano, l’orchestra, che ogni giorno ha pulsazioni emozionali e uno stato fisico diversi. Ciò che dà un senso alla professione, è che non ci sia mai assuefazione, deve essere sempre viva la fiamma, e questa deve nascere reciprocamente”, fra i leggii e sul podio.