Fabrizio Ferri è il fotografo italiano più conosciuto nel mondo. Nato a Roma, classe 1952, vive e lavora a New York da 24 anni. Nel West Village di Manhattan ha creato Industria Superstudio, un’azienda di 30 persone dove prendono forma campagne pubblicitarie storiche.

2/03/2019 Download PDF

L’ultima è «Stop Think Give», promossa da Save the Children e Bulgari, a difesa dei diritti dei bambini in situazioni di indigenza. Ferri ha ritratto duecento celebrità, da Sting a Meg Ryan, Ricky Martin, Ben Stiller, Pedro Almodovar: 300 scatti dagli sguardi severi e una mano spalancata in primo piano. La campagna ha avuto un successo clamoroso, come dimostrano i 35 milioni di dollari raccolti. È nato un libro, edito da Rizzoli, con Naomi Watts e Adrien Brody in copertina.

Viviamo un’epoca di febbre per la fotografia. Le foto dozzinali, fatte da tutti a tutto, che giustificazioni ed emozioni offrono?
«La fotografia è un mezzo di comunicazione immediato, vivo, una testimonianza. Mi piace moltissimo l’uso diffuso degli ultimi tempi: rende sempre più evidente che solo qualcuno può fare una foto capace di dare un’emozione e di raccontare qualche cosa».

Capitolo selfie. Che ne pensa? Ne fa?
«Talvolta con mia moglie Geraldina (Polverelli, projects manager di Industria, ndr), ma vengono sempre male, teste mozzate, tratti esagerati… mah».

Una vita spesa a ritrarre personaggi da tripla A. Chi più di tutti l’ha sorpresa?
«Willem Dafoe, è l’opposto di come uno se lo immagina. È dolcissimo, occhio chiaro, educato, in punta di piedi. Per il resto, le celebrità sono esattamente così come le vediamo. Nessuna sorpresa insomma».

Premio alla simpatia a chi lo dà?
«A Julia Roberts, d’una simpatia spiccata. Una maschiaccia. Con cui, poi, è nata un’amicizia, oltre a Sting, s’intende…».
Mai litigato sul set? Ci sono state celebrità particolarmente scorbutiche e indomabili? 
«Quando una star viene sul set, ti ha già scelto. Vuole solo una cosa: che tu la ritragga al meglio».
Chi è il bravo fotografo? 

sting fabrizio ferriSTING FABRIZIO FERRI

«Quello le cui foto sono riconoscibili all’istante. Un fotografo finisce per fotografare una percentuale di se stesso. Questo è sì l’elemento di distinzione, però – allo stesso tempo – bisogna fare una foto significativa, dosando la presenza di se stessi, togliendo insomma un po’ di sé».

A proposito di donne bellissime e immortalate dal suo obiettivo. Concorda con Monica Bellucci quando sostiene che lo charme di una donna non si appanna con gli anni?
«Ha assolutamente ragione. Ciò che testimonia una vita vissuta aggiunge ricchezza alla bellezza».
E cosa è bellezza? 
«È quella incarnata da Monica Bellucci, per esempio. Ha un volto perfetto, di perfetta armonia, è bella all’unanimità. Monica, inoltre, è simpatica, intelligentissima, grande manager di sé, coi piedi per terra, per nulla piena di sé. Non appena la vedi, ti fa ridere. Tutto questo anima questa sua bellezza facile rendendola Bellezza».

Un personaggio speciale ha una luce speciale, si dice. Leggenda o verità?
«Con luce speciale pensiamo a qualcosa di luminoso. Vi sono celebrità che hanno invece un buio profondo e unico. Una cosa è vera: quando ti guardano alcune star, tu senti la persona».

In Sting prevale la luce o il buio?
«Il buio, e consiste nella sua volontà di difendere l’ispirazione».
Che energia circola nella Grande Mela?
«È tutto bello e tutto brutto. C’è un’energia straordinaria e c’è mancanza di energia. È la metropoli dei grandi contrasti, perciò è completa. In questo momento testimonia la forza fisica di una ripresa rampante, il desiderio bruciante di rimettersi in moto dopo anni di buio.

Detto fuor di metafora, vedi le maniche delle camicie rimboccate. Qui non ti aspetti che una forma di governo sia in grado di risolverti i problemi, ti rialzi grazie al tuo coraggio, intraprendenza, capacità di investimento e di aggregazione».

Dal suo osservatorio Oltreoceano, che Italia vede e sente?
«L’affetto e il piacere sono proporzionali al dispiacere che provo per tutto quello che succede. Mi riferisco a quanto leggo sui giornali. Non è possibile che non ci siano ambiti e angoli d’Italia immuni dalla corruzione, è stato contagiato persino il cibo, un settore che dovrebbe essere la nostra bandiera».
Quindi New York forever? 
«Se hai un lavoro che ti permette di vivere a New York, beh… devi avere ragioni non comuni per vivere altrove. Qua c’è tutto. È una città in cui è facile lavorare. I tuoi doveri e potenzialità sono tutti lì: in ordine, di fronte a te. C’è un grado di libertà e di trasparenza che fanno volare le idee e progetti. Devi essere intraprendente, però. Non è una città per tutti».

Alcune settimane fa Obama ha detto: «Non possiamo accettare un’economia che dia vantaggi enormi solo a pochi, ma bisogna impegnarsi per un’economia che generi un aumento dei redditi e delle possibilità per tutti». Par di capire che lei non sia d’accordo…
«Provi a girare la frase al contrario, e mi dica se approva. Vedrà che la frase risulterà talmente impopolare da essere improponibile. Per dire che uesta è la tipica frase retorica che direbbe chiunque. Frasi piene di nulla».

Di conseguenza, ancora convinto che Hillary Clinton sia un bluff?
«Non si capisce quello che pensa la Clinton. Qualcuno l’ha mai capito?».

Nella sua biografia, si attribuisce una qualità: la pragmatica creatività. Intende la commistione di creatività italiana e pragmatismo anglosassone?
«Ero pragmatico anche in Italia. Non ho mai perso di vista il fatto che creare quello che prima non esisteva è un lavoro. Creativo è giusto un aggettivo. Con “creatività pragmatica” voglio dire che la creatività non è solo uno stato mentale, ma è un mestiere, un lavoro fatto con serietà».

A un giornalista che le chiedeva come nascesse la sua passione per la fotografia, rispose: «La passione mi è venuta solo quando ho cominciato a guadagnarci». Imprenditore nato, giusto?
«La passione è un tema estremamente delicato. Si dice ai giovani di trovare la loro passione. Va bene, ma se uno non la trova cosa fa? Questi sono discorsi molto aristocratici. Si possono fare lavori che danno soddisfazione e che quindi ti appassionano. È una questione di causa-effetto invertiti».

Ha firmato campagne pubblicitarie di grandi brand. Come sono cambiate le richieste negli ultimi anni?
«Innanzitutto sono cambiati i budget. In questa fase storica siamo testimoni della fine dei giornali, tempo una generazione e si chiude. Problema che coinvolge anche noi fotografi, ovviamente.

Già ora, è vicino allo zero il ritorno che un inserzionista ha con una campagna pubblicitaria sui giornali. Si tiene in vita un sistema ormai morto, ma non ci sono ancora alternative. Oggi disponiamo di piattaforme interattive, ma non esiste ancora la fotografia interattiva, e finché non decolleranno questi sistemi interattivi, si sopravvive. Poi basta».

Ha coperto vari temi e soggetti, ma prevalentemente il mondo della moda e della musica. Quale dei due l’affascina di più?
«Il mondo della musica. Rispetto ad altri mestieri, fa capire in modo palese che un artista c’entra poco con quello che crea. L’artista è un canale attraverso cui passa qualcosa, un qualcosa che sta sopra e va orientato. Nei musicisti c’è una magia che non troviamo nel mondo della moda, semmai guidata dalle regole produttive del mercato. Difficile trovare uno stilista che sappia creare qualcosa che prima non c’era».

Che fine hanno fatto le sue vecchie macchine fotografiche?
«A partire dalla mia prima macchina, una Nikon, le ho regalate tutte ad amiche fotografe. Poi mi sono pentito, però, erano piene di ricordi».

Sempre in tema di amarcord. Nostalgico della nativa Roma?
«Volevo fare una mostra a Roma, non ne faccio mai, sarebbe stata la mia prima. Sono scappato a gambe levate. Una vergogna».

Quindi?
«Farò tutto a New York».

Croce sull’Italia?
«L’Italia ha tanta storia e bellezza. Se sei interessato a questo, è il posto dove stare. È ancora una fucina di incredibili talenti che storicamente per indole o necessità continuano a lasciare il Paese. Per questo penso che l’Italia ricomincerà fuori dall’Italia. La distanza dalla depressione aiuterà. Non dimentichiamo che il nostro Paese è patrimonio del mondo, i confini devono essere sempre più liquidi. La capacità d’osmosi sarà la nostra unica salvezza».