Botero, è fra i pittori-scultori più prolifici e pagati al mondo: “Cina e Russia lo dimostrano: dipendere dallo Stato è una limitazione della libertà. Quando è morto mio figlio, dipingere mi ha aiutato a sopravvivere”

Fernando Botero, 83 anni, è artista tra i più prolifici, esposti e pagati. Suoi dipinti e sculture hanno raggiunto quotazioni stellari, sbancando le aste newyorchesi, Family Scene , ad esempio, è stato comprato per 1,7 milioni di dollari. Il suo mondo opulento, abitato da donne paciose, dalle forme tonde, tutte voluttà, è chiaramente identificabile.

Colombiano, è legato all’Italia per avervi studiato in gioventù, e ora la sua galleria di riferimento è la Contini di Venezia e Cortina. Da più di 30 anni trascorre i mesi estivi a Pietrasanta, dove l’abbiamo incontrato. Lavora nel suo studio, ogni giorno, incluso Ferragosto, al tramonto scende dalla Rocca a bordo della leggendaria Micro rossa, al fianco della moglie, la scultrice Sophia Vari: bellissima e soprattutto magrissima.

L’Italia è ancora il Paese dell’arte?

«La pittura italiana è stata la più importante al mondo fino a Tiepolo. Poi sono arrivati i francesi, quindi gli americani. A parte De Chirico e pochi altri, l’Italia ha smesso di offrire grandi nomi e soprattutto sono mancati i movimenti. Mi spiace dirlo, ma l’Italia non è più il centro della creatività».

Però vi trascorre due mesi all’anno…

«Perché sto bene a Pietrasanta, sono a mio agio qui, è un bel posto. Ho casa e bottega. Nulla di più».

Adesso quali sono i centri di creatività?

«La numero uno è Londra. Quindi New York e per certi versi Berlino».

A parte Pietrasanta, dove vive per il resto dell’anno?

«A New York, Montecarlo, in Grecia, mia moglie è attica. In gennaio torniamo sempre in Colombia».

Qual è il suo rapporto con la Colombia?

«Mi sento colombiano fino all’ultima cellula. Persino nei villaggi mi chiamano “maestro, maestro”. È il mio Paese. Ho vissuto in Francia, in Italia, negli Usa, ma non mi sono mai sentito un po’ parigino o newyorchese, sempre colombiano. Ecco, forse posso sentirmi un po’ italiano. Sarà per le lontane origini».

Il suo paese vive grandi difficoltà, dalla guerriglia alla droga.

«Sembra che fra governo e guerriglieri si apra un vero dialogo. Si dice che verrà firmata una pace. Quanto alla droga, finché i contadini guadagneranno più con quella che con il mais…».

Gli artisti precorrono i tempi, mode e pensieri. Quindi che futuro prospetta per il suo Paese?

«Sa, io non credo nell’artista profeta».

E nell’eterna giovinezza di spirito?

«Solo se l’artista rimane aperto e curioso. Il fatto che non prendiamo una pensione, ci stimola ad essere sempre creativi».

Sta lanciando un appello perché l’artista venga protetto?

«Guai. Assolutamente no. Non penso che lo Stato debba proteggere l’artista. Che è un qualcosa di speciale, non ha bisogno né di consigli né di protezioni, solo della libertà di potersi esprimere. Per la conferma basta pensare a quello che è accaduto in Paesi come Cina e Russia durante la fase sovietica. No, l’arte ufficiale non funziona, limita e imbriglia la creatività».

Nell’arte latino-americana è spesso presente una componente magica, che manca nelle sue opere…

«Nel mio lavoro non c’è nulla di magico. Io dipingo esseri improbabili ma non impossibili. Le situazioni sono normali, il caso di una donna che si sveglia e si veste nella sua camera. Dipingo e scolpisco cose della vita quotidiana. Non sono surrealista insomma, e non voglio esserlo».

Si fa notare la distanza dai suoi soggetti. È proprio così lontano?

«Non saprei. L’arte non deve far trapelare le emozioni personali dell’artista. Semmai deve esserci la sua impassibilità. Per questo mi piacciono autori italiani come Piero della Francesca: presenta un fatto, e punto. Io l’arte la intendo così».

Nella creazione – ha detto – c’è una fase emotiva e una cerebrale. Come dialogano?

«Io lavoro così. Prima c’è un’esplosione espressiva, quindi prendo la tela e fisso l’idea. Abbandono l’opera e la lascio decantare, come penso facciate voi giornalisti con uno scritto. A distanza di ore o giorni, riprendo tutto e lo analizzo a fondo, correggendo».

Secondo un metodo classico…

«Secondo quanto si fece fino al Novecento. Dopo, diciamo da Picasso in poi, si è optato per la pittura diretta: l’opera viene completata subito».

È nato e si è scoperto artista a Medellin, senza stimoli per un pittore. Vuol dire che un artista può svilupparsi ovunque, anche lontano da sollecitazioni?

«Non è del tutto corretto. A Medellin non c’erano musei, d’accordo, però non mancavano i pittori locali. I musei li scoprii durante il primo viaggio italiano, e lì si aprì un mondo. Qualche sollecitazione l’ebbi anche dall’osservazione e confronto con quei pittori, non c’era un solo professionista, erano tutti amateur ».

A proposito di confronto: lo ritiene un perenne momento di crescita? Trova ancora utile confrontarsi con i colleghi?

«Ma no, preferisco le mostre personali. Se incontro un collega ci parlo, ma niente di più. Queste cose non mi interessano più. Dipingo e basta».

Padre commesso viaggiatore, mamma casalinga. Quale fu la reazione della famiglia alla scelta di vivere di arte?

«Mamma mi lasciò libero di scegliere. Persi papà a 4 anni. Saliva sul suo mulo e andava in giro per le Ande a vendere mercanzia. Stava lontano da casa anche 20 giorni filati. Una vita dura. Come quella di mia madre che si ritrovò vedova con tre figli. È stata una fase estremamente difficile. Calcoli che poi eravamo nella morsa della crisi del post crollo della Borsa di Wall Street, dopo il 1929. Che tempi…».

Ora che è fra gli artisti più pagati, che rapporto ha col denaro?

«Ho la fortuna di poter pensare ad altro, di concentrarmi su quello che mi piace fare. Non penso ai soldi, ecco».

Ha uno stile riconoscibile, si parla di «boterismo». Condivide questa definizione?

«Perché no. Il mio è uno stile personale riconoscibile da tutti. Ho avuto la fortuna di avere una visione diversa dagli altri. E nell’arte è difficile trovare espressioni originali e differenti».

Quando crea, c’è più sofferenza o più gioia?

«Nulla mi procura più piacere del dipingere. Ora, da quando non sono stato bene, la scultura è diventata un problema, per cui ho smesso di scolpire. Per il resto, la pittura è ciò che mi dà più gioia. E sicuramente è un antidoto contro le difficoltà della vita, aiuta a liberarsi dalle preoccupazioni e angosce».

Per esempio?

«Ho perso un figlio in un incidente stradale… Dipingere mi ha aiutato».

Da maestro del colore, quali sono i colori che connotano l’Italia?

«Il rosa tenue e i colori della terra. Colori acquerellati, un po’ sciupati. Vede quelle scrostature della parete? In questo edificio di Pietrasanta stanno bene, scivolano nel tutto di questo borgo. A New York starebbero male, bisognerebbe tinteggiare di nuovo».

Oggi, prima di questa intervista, cosa stava dipingendo?

«Sto completando la serie di dipinti dedicati alle Sante cattoliche. In tutto sono 17 tele. Ho pensato alle sante come a donne che vanno a una festa, con abiti gioiosi: gonne anche corte, décolleté generosi, tacchi, guanti lunghi, gioielli».

Botero e il sacro. Si definisce agnostico…

«Ma non quando sono in aereo».

Le piace questo Papa, come lei, latino-americano?

«Lo trovo formidabile. Mi piace quel suo continuo richiamo alla povertà. Ha rinunciato ai lussi del Vaticano. Via quelle scarpe porpora, sostituite dalle scarpe che indossiamo tutti noi».

A quale tela è particolarmente affezionato?

«Al ritratto del mio bambino morto in un incidente. È in un museo colombiano».

Che rapporto ha con la fama?

«Nessuno. Sono tutto preso a lavorare. Peccato, non me la godo».

Perché Botero è una leggenda vivente?

«Perché i miei lavori non si prestano a interpretazioni. Li guardi e li capisci».

Lei dipinge donne grasse, eppure sua moglie è magra…

«La bellezza nell’arte non ha niente a che vedere con quella della vita reale. L’arte tende a deformare. Sono due tipi di bellezza diversa. Più la bellezza del mondo concreto entra nell’arte e più l’arte diventa superficiale. Se uno prende una modella fascinosa e le fa un ritratto, il quadro è stupido. Le grandi bellezze dell’arte, nella vita reale non erano affatto belle, anzi».