Il Guardian  ha pubblicato (il 21 settembre) la classifica “I cento migliori libri del Ventunesimo secolo“.

Cento  i titoli, ma solo uno è firmato da un Italiano. Che di professione non fa lo scrittore bensì il fisico. E’ Carlo  Rovelli, nella classifica grazie a  “Sette brevi lezioni di Fisica“.

Cosa succede ai nostri umanisti? Oggi chi sono gli scrittori italiani d’arte? O meglio: esistono? Lo abbiamo chiesto al Presidente dell’Accademia Crusca, Claudio Marazzini.

Presidente Accademia della Crusca con il Presidente Mattarella

“Gli scrittori contemporanei sono più superficiali e meno colti. Non guardano ai grandi modelli del passato.

…e difficilmente hanno una notorietà che varchi le Alpi.

L’ultimo è stato Umberto Eco, che non a caso aveva mantenuto saldi i legami con la cultura medievale e latina. A riprova che la cultura raffinata può diventare scrittura popolare. Forse è inevitabile che la funzione della letteratura non sia più quella del passato.

Di fatto, l’Italia non è più il centro propulsore di nessuna svolta culturale di peso.

Da tempo l’Italia è fuori dai giochi, almeno dal Settecento, epoca in cui – però – viveva sull’onda di qualcosa nato poco prima, vedi il Barocco, Rinascimento e Umanesimo. Oggi  quello è un passato remoto. I centri propulsori di innovazione si sono spostati altrove.

Quindi noi…?

Siamo marginali. Il punto è che oltre ad essere esclusi dalle correnti importanti, dimentichiamo pure ciò che siamo stati.

Gianvito Martino, Presidente Comitato Scientifico BergamoScienza

Gianvito Martino,  asso della neurologia, Direttore Scientifico dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano, non ha dubbi: “Un tempo la letteratura aveva un valore morale, di denuncia, serviva a far riflettere. Ora è una letteratura di maniera. Si scrive per vendere, il marketing ha preso il sopravvento. E le storie che vengono raccontate ora tendono ad assomigliarsi tutte”.

Di fatto, l’unico libro italiano entrato nella classifica  dà corpo all’auspicio  di Martino: “Ora dobbiamo superare gli steccati disciplinari accordando alle scienze umanistiche il primato di porre paradigmi teorici e alle scienze pratiche il compito di sostanziarli con i fatti, il progresso scientifico-tecnologico è un’opportunità e non una iattura”.