Il soprano debutta alla Scala nel ruolo di Cleopatra nel «Giulio Cesare in Egitto» di Händel. Sulle scene da oltre 20 anni, va oltre il lato ipocrita del #MeToo e svela cosa si muove dietro le quinte. DOWNLOAD  pdf

Il soprano Danielle De Niese sarà Cleopatra nel Giulio Cesare in Egitto, l’opera di Händel dal 18 ottobre alla Scala. La produzione è nuova di zecca, firmata da Robert Carsen, dirige Giovanni Antonini.

Era attesa Cecilia Bartoli che però in giugno cancellò la sua presenza. Arriva così De Niese che debutta alla Scala. Radici fra Olanda e Sri Lanka, fanciullezza in Australia e giovinezza in California, De Niese è d’una bellezza esotica, ora con tocco britannico. È infatti convolata a nozze con Gus Christie, il presidente del festival di Glyndebourne, la manifestazione fondata da un avo Christie nella tenuta del Sussex, come omaggio alla moglie cantante. Cleopatra, e la mente va agli occhi viola di Liz Taylor. Difficile reggere il confronto con la donna – allora – più bella del mondo? Non è impossibile per De Niese, bellissima e sensuale, «The Diva who puts the Sex into Sussex», titolava un quotidiano inglese quando nel 2005 esordì a Glyndebourne nel ruolo della regina egiziana.

Galeotta fu Cleopatra. Grazie a questo personaggio ora è Mrs Christie.

«Per la verità nel 2005 ero fidanzatissima. L’anno dopo ero libera e fu così che Gus – come dice lui – gettò il cappello nel ring, insomma accettò la sfida».

Dante Alighieri caccia Cleopatra nell’Inferno, tra i lussuriosi. Troppo severo?

«Cleopatra non agisce per sé, teme che il suo popolo finisca nelle mani del fratello, un incapace. Così escogita strategie per arrivare a Giulio Cesare, finendo però per innamorarsi. Viveva in una società patriarcale in cui le donne erano escluse dai giochi importanti, non governavano e i rari casi in cui accadeva era solo in attesa che arrivasse il vero titolare. Ma Cleopatra fu così abile da usare tutto quanto a disposizione: intelletto, diplomazia, e sì pure la bellezza e il grembo per assicurare la continuità dinastica».

A proposito di lussuria. Che dire del #MeToo nel mondo dell’opera?

«Ho sempre sentito racconti di cantanti che vanno a letto con direttori, registi o colleghi. Ne parlano tranquillamente perché sono storie consensuali, vicende di persone che fanno per poi ricevere un beneficio».

Una donna bella come lei ha mai dovuto difendersi da colleghi invadenti?

«Ho seguito il classico consiglio di mamma: se un uomo ti invita in hotel alle 11 di sera, non andarci. Poi ho sempre evitato certe situazioni. Posso però immaginare che vi siano donne che, magari inesperte e sprovvedute, non riescono a dire di no a persone famose e poi si trovano nella foresta indifese come Bambi. C’è poi chi è stato forzato a finire in orribili situazioni, nelle mani di potenti. Sono grata che questo non mi sia mai accaduto».

Lei ha lavorato con Placido Domingo?

«L’ho conosciuto all’Opera di Los Angeles, avevo 15 anni e da allora mi ha sempre tenuto d’occhio. Impressiona la voglia di stare in palcoscenico di Placido. Abbiamo cantato assieme al Metropolitan, quasi piangevo per l’emozione nel veder un uomo dalla carriera così lunga come la sua ancora con quell’energia e voglia di continuare a rischiare – perché cantare è rischiare. Lavorare con lui è stata una fonte di ispirazione, provo una profonda ammirazione per lui come artista».

Torniamo a Händel. Nella produzione di Glyndebourne si parlò di «sex into Sussex». Anche alla Scala vedremo una Cleopatra ardita?

«Cleopatra è donna sensuale, non si può ignorare questo aspetto. Nella produzione del 2005 non mostravo nudità e neppure facevo qualcosa di osé, ma per la combinazione di bellezza e brillantezza politica non può che esercitare grande fascino».

Il punto in cui Cleopatra è massimamente calcolatrice?

«Nell’aria Non disperar: lì esce allo scoperto la regina che trama».

S’aggirerà tra piramidi e deserti?

«La produzione di Carsen abbraccia l’Egitto antico, quindi sì ci sono il deserto e antichi palazzi, ma allo stesso tempo fa un salto nell’oggi. Sui murales egizi vedi le figure di profilo che tengono in mano un iPad».

In questa produzione era attesa Cecilia Bartoli. La conosce?

«Certo, per me è una dea che vive sulla terra. Quando debuttai come Barbarina al Met, Bartoli faceva Susanna. Avevo 19 anni. In quell’allestimento c’erano Fleming e dirigeva Levine. E proprio lì, ebbi conferma dell’alto livello di professionalità combinato a grande passione e umanità dei grandi artisti».

Ora che è signora Christie, ha passaporto britannico?

«Al momento solo australiano e americano. Devo aspettare qualche anno per quello inglese».

Che dice della Brexit?

«Per noi che abbiamo un festival, la Brexit comporta non pochi problemi. Quando un artista si ammalerà, e ipotizziamo che canti un’opera di nicchia e in una lingua poco diffusa, riusciremo a sostituirlo in fretta? Si rende quasi necessario avere un doppio cast per le emergenze, però che costi…».