Con un bilancio – in pareggio – di 35 milioni di euro, le Gallerie degli Uffizi si confermano motore dell’economia di Firenze. I numeri si riferiscono alla fase pre-pandemia, ma è pur vero che la ripartenza della città nel dopo lockdown ha tratto ossigeno proprio dagli Uffizi che riaprendo hanno acceso i riflettori su Firenze.

 

“Abbiamo contribuito a una ripresa psicologica e concreta in termini economici, penso per esempio ai ristoranti che hanno iniziato a lavorare anche  grazie al flusso dei nostri visitatori” ricorda Eike Schmidt, direttore degli Uffizi dal 2015. Da quando è al timone della struttura, i ricavi sono più che doppiati, anche sull’onda di un +33% di visitatori.

 

 

Non teme mosse ardite il tedesco Schmidt (“essendo di Friburgo, sono un tedesco meridionale più vicino a un siciliano che a un milanese”, scherza). Cavalca l’onda dei social con tanto di sbarco su TikTok con video bollati come “irriverenti” dal New York Times. All’inizio dell’estate, per sbloccare una riapertura faticosa, ha invitato l’influencer Chiara Ferragni, immancabile la bufera sollevata dai Soloni della cultura, ma ha portato a un’impennata di visite. Con il progetto dei Nuovi Uffizi gli spazi espositivi triplicheranno, in agosto il Mibact ha sbloccato 12 milioni per realizzare entro il 2024 la Loggia Isozaki. Per dire che quest’uomo ha impresso una svolta all’ente che dirige nella convinzione che la cultura sia il petrolio d’Italia e che i musei devono essere più agili e imprenditoriali.

 

Qual è il modello di museo sostenibile per una cultura intesa come petrolio d’Italia?

Un museo che offre vari prodotti per il ticketing ma anche mostre e eventi musicali. Un museo che tiene conto della diversità dei possibili pubblici e  radicato nella città, in tal senso penso agli Uffizi che hanno saputo coinvolgere 10mila Fiorentini con il biglietto annuale. Un museo che fidelizza e punta anche sul turismo di vicinanza attirando i frequentatori regolari che – nel nostro caso – stanno a Milano, Bologna, Siena, Perugia…  Vanno pensati biglietti con una dilatazione dei tempi e decentramento dell’offerta, prodotti sviluppati in modo strategico. Per esempio non è vincente l’idea di fare biglietti per 200 musei per 200 giorni, l’esito è solo quello di incrementare il turismo mordi e fuggi, perché sebbene siano pensati per coinvolgere i piccoli musei, in realtà la scelta degli utenti finisce sempre sulle due o tre più grandi realtà.

Da dove derivano i 35 milioni di ricavi?

30.657.941 da biglietteria, 2.501.988 da servizi aggiuntivi per cui bookshop, audioguide, caffetterie, 919.822 da concessione di spazi, vendita fotografie, permessi di utilizzo di immagini. Il 100% dei nostri ricavi vengono reinvestiti in un perfetto equilibrio fra entrare ed uscite. I costi correnti maggiori sono rappresentati dalle risorse umane, intorno ai 6 milioni, e dalla manutenzione edile e impiantistica. Poi entrano in campo nuove acquisizioni di opere, restauri,  pubblicazioni, il 20% dei ricavi finisce nel fondo di solidarietà che il Ministero redistribuisce ad altri musei, così come un altro 5% viene ridistribuito fra musei fiorentini.

Siamo nella città dei Medici, icona di mecenatismo. Ma l’apporto dei donors non arriva a un milione, il Teatro alla Scala di Milano supera i 30. Come si spiega?

In effetti vorremmo coltivare di più questo filone. Già abbiamo due associazioni che si occupano in modo esclusivo delle Gallerie degli Uffizi, e sono gli Amici degli Uffizi e i Friends of The Uffizi Gallery. Sono fondi internazionali, provenienti anzitutto dagli Usa, spesso si tratta di famiglie di origini italiane. Siamo grati di tutto, ma sicuramente si potrebbe fare di più. Va considerato che la situazione Italiana è diversa rispetto a quella di altri Paesi, in particolare anglosassoni, in termini di defiscalizzazione. Così come non possiamo fare paragoni con il mondo della lirica perché il mecenatismo è in genere legato a eventi, noi possiamo al massimo mettere una targa sulla statua o quadro con il nome del donatore. Certo, diversamente dalla lirica, qui il riconoscimento ha meno impatto immediato ma dura nel tempo.

L’invito a Chiara Ferragni ha sollevato un polverone. Col senno di poi, riproporrebbe l’operazione?

Sì perché dopo l’impennata iniziale, la curva dei visitatori si è abbassata ma è rimasta comunque più alta di prima. E aldilà dei numeri, a convincermi che l’operazione è stata vincente ci sono le tante email di genitori soddisfatti perché i figli chiedevano di venire agli Uffizi.

Che operazioni ha messo in campo per limitare il turismo “mordi e fuggi”?

Agli Uffizi, la richiesta supera l’offerta quindi non ho avuto problemi a introdurre  biglietti a 70 euro per gruppi estesi e il mordi e fuggi si è ridotto di molto.  Un segmento sostituito da gruppi più piccoli e da visitatori individuali che sostano più a lungo nel museo e per questo spesso finiscono anche per usufruire dei nostri servizi, penso alla caffetteria per esempio. Con la pandemia non stiamo dunque soffrendo per la riduzione del turismo mordi e fuggi già avevamo trovato il, modo per contrarlo.

Si può andare oltre la quota dei 4.4 milioni di visitatori?

Sicuramente, intensificando la bassa stagione, quindi da novembre  a febbraio, e le fasce orarie prima delle 11 del mattino e dopo le ore 13.

Cosa ha imparato nei due anni londinesi a  Sotheby’s?

Lì, per la prima volta assunsi responsabilità di natura economica, fu un corso accelerato in sostituzione di un MBA. Tutti i principi del management li ho imparati lì.