Resistere. Riorganizzarsi…per Rinascere: a Milano. Le tre erre che ci spingono ad alzare lo sguardo e a non demordere. Gli artisti  intercettano in modo profetico il dopo. E allora, cosa vedono in fondo al tunnel della Milano ferita?

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Ne abbiamo parlato con Francesco Vezzoli, 25 anni di mobilità assoluta nel mondo, qualche sosta più lunga a Londra e a New York, ma ora stabilmente a Milano. E’ nei templi dell’arte, Guggenheim, Tate, MoMA,  MAXXI,  MOCA. Fondazione Prada ne è letteralmente innamorata. Covid permettendo, si spinge fino a gennaio la sua mostra nella boutique d’arte di Tommaso Calabro, Vezzoli  rilegge Alexander Iolas, mercante d’arte il cui “coraggio è pura fonte d’ispirazione. Iolas non ha mai avuto paura”, spiega Vezzoli.

Cosa ha reso Milano così magnetica agli occhi di voi artisti? 

La sua grande energia e freschezza. Da lì bisognerà ripartire per ricostruire, e costruire.

Cosa va costruito, anzitutto, a Milano? 

Una villa Visconti, una Casa Sottsass e soprattutto uno vero museo dedicato alla moda italiana. In svariati campi abbiamo avuto maestri assoluti e insuperati. Dobbiamo celebrarli, studiarli e diventare noi stessi maestri. Si riparte da qui.

Dalle radici…

Dobbiamo riappropriaci della nostra identità e rilanciarla con ambizione. Il parallelo con la guerra potrà anche infastidire, ma in termini di sofferenza e dolore il covid mi fa pensare alla seconda guerra mondiale e al terrorismo. Con una differenza però: quelle erano lotte divisive, mentre l‘attuale dovrebbe essere unificante. Il covid ha un effetto azzeratore, sta spazzando via le mitologie per cui ci sentivamo nani accanto a giganti, agli Usa innanzitutto, ma anche a Germania, Francia e UK i cui recenti errori – tra l’altro – finiranno nei libri di storia.

Giganti dai piedi d’argilla. 

Siamo circondati da Paesi che non sono né peggio né meglio di noi. Guardiamo agli Usa freschi di elezioni: mi fanno sorridere quando affermano che sono il Paese della democrazia, sia che lo dica Biden sia che lo dica Trump.

Auspica più Italia anche a Milano.

In questi giorni, a Milano vi sono ragazzi che stanno lanciando linee di moda. Malgrado il momento, fanno questo salto nel vuoto. Avremo sempre più bisogno di atti di coraggio di questo tipo. A fine pandemia verrà premiato chi avrà il coraggio di reagire.

Come nel secondo dopoguerra. E la mente va al “Ma noi ricostruiremo” del sindaco d’allora Antonio Greppi.

Pensiamo a cosa riuscì a fare il nostro Paese sconfitto,  impoverito e con una credibilità pari a zero. Eppure si costruì un’identità autonoma. 

Ed era un Paese contadino dove ancora sopravviveva la mezzadria…

Contadino sì, ma capace di lanciare i Visconti e gli Antonioni. Per citare due nomi. 

Erano gli anni in cui piccole aziende diventavano marchi, altre sbocciavano ed ora sostengono l’arte. Vedi Prada, Bracco, Armani, Trussardi. Cosa aspettarci dai mecenati lombardi quando l’incubo sarà finito?

Hanno fatto di Milano un vero epicentro. Aldilà dei miei rapporti personali e amicizia, non si può non riconoscere che Prada abbia creato una delle realtà espositive con maggiore credibilità al mondo.  Trussardi ha portato in città artisti bravissimi.

Abbiamo tutto in teoria, dobbiamo solo crederci. Vogliamo, una buona volta, toglierci di dosso il complesso d’inferiorità? Quando si  ricorda il lavoro di un artista è intollerabile veder citati i successi all’estero quando invece le cose più significative sono sante fatte in Italia. Impariamo a essere autosufficienti senza pensare necessariamente al mercato americano. E poi: siamo sicuri che quello sia il primo mercato cui guardare? Perché non comprarsi  a prezzi scontati le opere, gli artisti, i media americani?

I media?

Perché Cairo non si compra Condé Nast, ormai a pezzi, e Berlusconi la CNN? Perché non invertiamo le parti? Non possiamo vivere senza Jonny Depp? E allora perché Milly Carlucci non se lo prende in saldo, in saldo però, a ballare con le stelle? Che non è una battuta, ma una metafora.

Più ambizione insomma.

E meno sudditanza, meno elezioni americane seguite ossessivamente per esempio. Dobbiamo osare. Dobbiamo essere sicuri della nostra identità. E rilanciare: o su se stessi o inglobando realtà altrui. Arnault s’è comprato Tiffany. Prada s’è presa Simons, il più grande stilista della fascia dei 50enni. Le cose siano così impossibili. Se proprio lo riteniamo ancora così autorevole, perche’ non ci prendiamo il Newyorker? Così il settimanale dell’intellighenzia mondiale avrebbe un editore italiano. Non male.

Bergamo e Brescia saranno le Capitali italiane della Cultura 2023. Un bel rilancio, non trova?

Bellissimo, ed ha un precedente. In tema di cultura, a unirle da decenni c’è il Festival pianistico più importante del mondo intitolato, tra l’altro,  ad Arturo  Benedetti Michelangeli, un uomo che non aveva certo paura. Basta avere coraggio e credere fortemente nella propria identità e il mondo viene da te e si ricorda di te. Brescia e Bergamo unite hanno i mezzi e la volontà di costruire una narrativa credibile. E poi, sono 40 anni che si va a nella tedesca Kassel per Documenta, e siamo sinceri: se non fosse per la manifestazione, non staresti più di cinque minuti a Kassel. È allora perché non dovrebbe accadere qualcosa di meraviglioso a Brescia a Bergamo?