HomeARTE & CULTURAMalofeev e Udovychenko: due talenti divisi dalla guerra 

Malofeev e Udovychenko: due talenti divisi dalla guerra 

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Alexander Malofeev (2001), pianista, e Dmytro Udovychenko (1999), violinista sono due giovanotti di talento fuori dal comune. 

Due nomi formidabili, provenienti da due Paesi oggi in guerra. Malofeev è moscovita, ma dallo scoppio del conflitto si è trasferito a Berlino. Udovychenko, ha trascorso i primi diciassette anni di vita alla sua Ucraina, studiando alla scuola di Ludmila Varenina, per poi fare rotta – anche lui – verso la Germania. Non è facile essere figli dell’Ucraina, lo era già prima del 2022, per ragioni strutturali ben note — corruzione endemica, economia fragile, tensioni croniche con la Russia — ed è diventato drammaticamente più complesso dopo il febbraio di quattro anni fa. Ma è ancor più arduo essere artisti russi, chiamati spesso a rinnegare la propria patria (confusa con il governo), mentre la Russia stessa teme di perdere i suoi talenti e concede visti d’uscita con il contagocce. In sintesi, una catastrofe per gli artisti sulla rampa di lancio.

I paradossi, così, si intrecciano. Udovychenko deve una delle sue prime apparizioni italiane, al Festival dell’Elba, a Yuri Bashmet, musicista considerato vicino al Cremlino e per questo epurato da molte istituzioni occidentali. Fu un altro artista inviso all’Occidente, Vladimir Spivakov ad ospitarlo al festival “Mosca accoglie gli amici”, con i Virtuosi di Mosca. Malofeev, invece, Milano lo conobbe sedicenne alla Scala, dove suonò con la Filarmonica diretta da Valery Gergiev, altro epurato, che tanto si spese per far conoscere quel prodigioso adolescente.

Entrambi hanno già imparato a voltare pagina. Udovychenko ha fatto incetta di medaglie d’oro — dal Concorso di Montréal al Regina Elisabetta di Bruxelles — attirando l’attenzione di manager e organizzatori musicali: la carriera è decollata e c’è molta attesa per questo suo primo recital milanese, condiviso con la pianista Anna Han, in un programma che spazia da Robert Schumann a Dmitrij Šostakovič, passando per Richard Strauss ed Ernest Chausson.

Malofeev, invece, aveva appena compiuto vent’anni quando, all’alba dell’invasione dell’Ucraina, gli fu chiesto pubblicamente di prendere posizione contro casa sua. «La verità — rispose — è che ogni russo si sentirà colpevole per decenni a causa di una terribile e sanguinosa decisione che nessuno di noi poteva influenzare né prevedere». Per non compromettere la carriera decise di lasciare la Russia nell’estate del 2022. Restano impressi i suoi occhi bagnati di lacrime mentre raccontava quella scelta, il pensiero della casa e della famiglia lasciate alle spalle. Una decisione dolorosa ma provvida: oggi Malofeev domina le schiera dei migliori pianisti della nuova generazione, presenza stabile nei grandi festival e nelle sale che contano. Quest’estate sarà, tra l’altro, a Salisburgo e Verbier. Suona ovunque, tranne che in Russia.

Eppure è proprio la Russia musicale a dominare il programma con cui si presenta a Milano: Prokof’ev (Sonata n. 2 in re minore op. 14), Skrjabin (Valse op. 38), Stravinskij (Sinfonie per strumenti a fiato, nella trascrizione di Arthur Lourié), con una parentesi scandinava affidata a Rautavaara, Sibelius e Grieg.

Anna Franini
Anna Franini
Anna Franini, giornalista di Forbes e il Giornale. Scrive storie di Leadership, Imprenditoria, Innovazione. Intervista fondatori di aziende miliardarie, Premi Nobel, Breakthrough, Academy Awards, Pulitzer, Pritzker.
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