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Sartoria napoletana, l’arte di un territorio che punta all’Indicazione Geografica

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Taschini a barchetta, ovvero dalla morbida linea riservata anche  per il collo – appunto – “a baffo”, spalle destrutturate poiché libere da imbottiture, fodere ridotte all’essenziale, maniche leggermente più corte che lasciano intravedere il polsino della camicia. Vezzi estetici di giacca? No, semmai raccontano un’intera cultura manifatturiera, il linguaggio sartoriale nato tra Napoli e la sua provincia, con vetta in Casalnuovo, cittadina di ad altissimo concentrato di famiglie e rispettive aziende che hanno fatto la storia della sartoria partenopea. Ora l’obiettivo è  trasformare tanto fermento in un marchio identitario riconosciuto e protetto, Napoli intende fare con la sartoria ciò che Parma ha fatto con il Prosciutto o Murano con il vetro: trasformare un intero ecosistema produttivo in un’Indicazione Geografica riconosciuta dall’Unione europea. È infatti iniziato l’iter per ottenere l’Indicazione Geografica (IG) della Sartoria Napoletana, strumento inteso a tutelare le eccellenze manifatturiere strettamente legate a un territorio. L’obiettivo non è certificare un singolo marchio, ma un ecosistema. In tal senso molto sta facendo “Le Mani di Napoli”, l’associazione partenopea che riunisce gli artigiani della moda e dell’alta sartoria,  in giugno ha lanciato a Firenze “The Art of Tailoring & Craftsmanship – A Global Dialogue”, il primo forum internazionale interamente dedicato alla sartoria. 

La sartoria napoletana è un sistema produttivo ad alta intensità di competenze, capace di trasformare un pezzo di stoffa in opere d’arte. Ogni abito nasce dal lavoro coordinato di decine di professionalità: modellisti, tagliatori, sarti, stiratori, ricamatrici, specialisti delle asole, confezionisti. Una filiera nella quale formazione, manifattura e artigianato convivono nello stesso territorio, generando quella densità di saper fare che rappresenta il vero vantaggio competitivo del comparto.

Uno stile autentico, poiché espressione di un territorio: Napoli, città di sole, canto e poesia, forte di un clima mite non consono – ieri come oggi – alle  giacche rigide dell’aristocrazia inglese. Via quindi le imbottiture, alleggerite le fodere, maggiore libertà di movimento e traspirabilità. La giacca napoletana è pensata per essere una seconda pelle: segue il corpo anziché costringerlo. È questa morbidezza, più ancora della costruzione sartoriale, ad averla resa riconoscibile nel mondo. 

Le radici sono profonde. Già nel 1351, quando Napoli era capitale del Regno, nasceva la Confraternita dei Sartori. Nel Seicento risultavano censiti oltre seicento artigiani autorizzati. Dopo il declino del Settecento, schiacciata dall’egemonia di Parigi e Londra, la scuola napoletana conosce una nuova stagione nell’Ottocento. Nel 1807 si contava un sarto ogni 150 abitanti, un dato che restituisce meglio di qualsiasi statistica quanto il mestiere fosse radicato nella società partenopea.

Il Novecento trasforma le botteghe in maison. E’ sul lungomare che un tempo calamitava l’alta società napoletana – quella che ora non si perde una “prima” al Teatro San Carlo, sempre gran vetrina di stile – che nel 1914 prese forma una bottega di appena 20 metri quadrati, qui Eugenio  Marinella volle ricreare un angolo britannico firmando cravatte poi iconiche,  esposte pure al MoMa di New York. Cravatte amate da Mastroianni e Luchino Visconti (esteta all’ennesima potenza), teste coronate, tra cui l’ultimo re d’Inghilterra, e capi di Stato, da Kennedy a Gorbaciov, fino ai presidenti della Repubblica italiana. Curiosità, Berlusconi in tre anni ne acquistò 1200 facendone graditi doni natalizi. 

E sempre in tema di nomi chiave della sartoria napoletana, la mente va a Cesare Attolini, che con il padre Vincenzo rivoluzionò la giacca maschile, negli anni Trenta stravolse lo stile rigido e imbottito britannico creando un capo leggero, morbido e avvolgente come una camicia.

Da quella tradizione sono nate alcune delle imprese più importanti del lusso italiano. Kiton, fondata da Ciro Paone e oggi guidata dal nipote Antonio De Matteis, supera i 230 milioni di euro di fatturato, è presente in 75 mercati e conta circa 850 dipendenti distribuiti in cinque stabilimenti italiani, da Arzano a Biella. Isaia, con sede a Casalnuovo, 500 dipendenti, fatturato intorno agli 85 milioni di euro, mantiene gran parte della produzione rigorosamente manuale. Debuttò come bottega di tessuti evolvendosi in sartoria nel 1957 con tanto di sigillo, impresso, di un corallo rosso. 

Accanto alle maison vive una costellazione di laboratori che costituisce il vero patrimonio del settore. Casalnuovo non è chiamato “il paese dei sarti” per caso. Intere famiglie hanno tramandato il mestiere di generazione in generazione, formando maestranze che ancora oggi alimentano l’intera filiera. Da qui sono passati o sono nate molte delle firme più note dell’alta sartoria, mentre nuove realtà, come quella di Fabio Sodano, testimoniano la capacità del distretto di rigenerarsi. Raccontiamo brevemente la storia di Sodano poiché ben riassume le dinamiche di questo distretto. Muove i primi passi accompagnando il nonno nel suo lavoro di commerciante di tessuti pregiati. Da ragazzo entra in contatto con gli artigiani e maestri dell’antica arte sartoriale, frequenta la Scuola di Alta Sartoria Kiton e diventa apprendista. Inizia a operare nelle sartorie partenopee fino al 2012 quando lancia la propria maison. Oggi collabora con Holland and Sherry, leader del settore e fornitore di fiducia della sartoria, insieme a Loro Piana, Zegna, Drappers, Vitale Barberies Canonico.

La forza del distretto sta anche nella sua capacità di contaminarsi con gli altri simboli della città. Maison Cilento 1780, storica sartoria napoletana, ha realizzato con il Teatro San Carlo una collezione di cravatte e foulard ispirata alla celebre volta affrescata da Giuseppe Cammarano. Un esempio di come il patrimonio culturale possa diventare valore economico rafforzando l’autenticità. Non solo: è il segno di quanto la manifattura napoletana continui a nutrirsi della cultura della città.

Tra i mercati più sensibili alla sartoria napoletana spicca il Giappone, da decenni uno dei principali estimatori di questo equilibrio tra rigore artigianale e leggerezza stilistica.

È proprio questa combinazione di storia, concentrazione di competenze e continuità produttiva a spiegare perché Napoli chieda oggi il riconoscimento dell’Indicazione Geografica. La sfida non è proteggere un’etichetta. È tutelare un patrimonio industriale fatto di mani, botteghe, imprese e conoscenze che nessun singolo marchio, da solo, potrebbe rappresentare. Il vero valore competitivo della sartoria napoletana, infatti, non è una giacca. È l’ecosistema che la rende possibile.

Anna Franini
Anna Franini
Anna Franini, giornalista di Forbes e il Giornale. Scrive storie di Leadership, Imprenditoria, Innovazione. Intervista fondatori di aziende miliardarie, Premi Nobel, Breakthrough, Academy Awards, Pulitzer, Pritzker.
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