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Montebelluna. La mecca della calzatura sportiva

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E’ la mecca della calzatura sportiva. Nell’area di 355 chilometri quadrati che va dal colle Montello al fiume Piave viene realizzato il 65% della produzione mondiale degli scarponi da sci, l’80% delle calzature da motociclismo e il 25% dei pattini in linea. Si producono inoltre scarpe da calcio, ciclismo, basket, tennis, atletica leggera, città, scarpe ortopediche, scarponcini per il fondo, pattini per il ghiaccio, abbigliamento e attrezzatura sportiva.

Sportsystem. Il distretto della calzatura tecnica ed articoli sportivi

Stiamo parlando del distretto della calzatura tecnica ed articoli sportivi, che sintetizziamo in Sportsystem, di Asolo e Montebelluna, 344 (570) realtà produttive per 4.966 (6.300 addetti) concentrati in 15 comuni di Treviso più Alano di Piave nel bellunese. L’export, che nel 2021 ha messo a segno un +2,9% rispetto al 2019, vale 1,5 miliardi di euro e deriva per il 68% da calzature sportive e scarponcini per l’outdoor, il 19% da scarponi e doposci, sci e tavole da snowboard, il 13% da biciclette ed accessori per biciclette (secondo Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo)

Questione di Dna

La tradizione calzaturiera è nel corredo cromosomico di queste terre che già durante il dominio veneziano fecero la fortuna dei calegheri (calzolai). Montebelluna fu abile nel capitalizzare la posizione strategica: a un passo dalle  zone di approvvigionamento delle materie prime, i pellami anzitutto, e dai mercati dell’area predolomitica pedemontana e delle Alpi nord-orientali. E così, i saperi si sono sedimentati nei secoli seguendo le svolte, e all’occorrenza giravolte, della storia. Dopo il primo conflitto mondiale,  entrava in  campo lo scarpone da montagna, dal secondo dopoguerra si aggiungeva quello da sci con una produzione che sull’onda del miracolo economico  passava dalle  180mila paia del 1963 alle 700mila nel 1969, ed era solo l’inizio.  Il raggio d’azione via via si allargava ad altri sport e segmenti, abbigliamento e attrezzatura in primis, mentre le  delocalizzazioni forsennate degli anni Novanta, una falce per i più piccoli che vennero così decimati, e il “copia-incolla” operato dall’Est del mondo trovava il suo salvagente nei  prodotti di nicchia e di alta gamma, e a monte nella ricerca. E’ infatti un distretto che spicca per l’attitudine a innovare, nella filiera della pelle – per esempio – detiene il primato del più elevato numero di brevetti E la mente va a Mario Moretti Polegato, fondatore di Geox, che più e prima di tutti si è battuto per sensibilizzare gli imprenditori, ma anche studenti universitari, sul tema della tutela dell’idea innovativa, “brevettate” è il so mantra.

Quello di Geox (735 milioni di ricavi) è un nome potente, tutt’uno con quello di Diadora, Scarpa, Lotto, Stonefly. Torreggia il Gruppo Tecnica della famiglia Zanatta, oltre il mezzo miliardo di fatturato: atto di nascita nel 1930 come bottega  artigiana specializzata nella produzione di calzature da lavoro, poi laboratorio tecnico da cui sarebbe uscito il primo Moon Boot, tra le icone del secolo appena spento. Acquistava marchi stranieri, dalla tedesca Lowa allo statunitense Rollerblade e austriaco Blizzard, e pure del territorio come Nordica, azienda di scarponi da sci con cui Zeno Colò divenne campione del mondo di discesa libera nel 1955. Imprese come quella di Colò, e così pure della spedizione italiana del K2, nel 1954, con  scarponi Dolomite, hanno contribuito ad accendere i riflettori sul distretto che ha calamitato l’attenzione di multinazionali dello sport, da Adidas, a Salomon, Rossignol, Nike qui per la gamma alta e superspecialistica. Si attraggono giganti stranieri e si è delocalizzato, per dire che si è sempre guardato oltre confine: anche in termini di benchmarking. E così quando un tecnico del Colorado nel 1964 realizzava lo scarpone in plastica facendo colare in uno stampo un tipo speciale di poliuretano, i montebellunesi facevano il passo successivo sostituendo la colata con l’iniezione. L’avvento della plastica segnava l’inizio di una nuova era produttiva anzitutto in termini di subforniture, attorno ai grandi che progettavano e assemblavano veniva a crearsi un pulviscolo di aziende fornitrici oggigiorno veri e propri partner che contribuiscono ad arricchire una filiera unica al mondo e che avrà una vetrina speciale nelle Olimpiadi 2026, neve permettendo ovviamente.

Per non dimenticare. Il Museo

Si innova, si brevetta, ma non si dimentica. Negli anni Ottanta è nato il Museo dello scarpone e della calzatura sportiva pensato per affidare alla memoria il patrimonio storico e culturale del distretto. Nel Museo sono conservati oltre duemila manufatti di carattere storico, legati al  design, progettazione, innovazione tecnologica e produzione delle calzature sportive. Il museo è gestito dalla Fondazione Sportsystem impegnata in attività di informazione, formazione e ricerca per le aziende del comparto.

E infine si ricicla. L’azienda Scarpa, per esempio, ha messo a disposizione 50 suoi punti vendita della Lombardia, Veneto e Trentino-Alto Adige per raccogliere le scarpe usate del modello Mojito, prodotto iconico del marchio. L’obiettivo della campagna è raccogliere, entro la fine dell’anno, 15mila paia di calzature che entreranno in un sistema di riciclo virtuoso e porteranno alla realizzazione di altrettante paia, si calcola che la gamma di utilizzo di materiale riciclato nel nuovo modello si attesti tra il 50 e il 70%.

Aziende

Aku

Galliano Bordin apprende i segreti di bottega da fanciullo. E’ figlio di calzolai, e subito impara a tagliare pellami, cucire tomaie, attaccare suole, riparando e creando da zero. Da giovanotto fonda un’azienda tutt’ora a conduzione familiare che chiamerà Aku. E’ il nome – breve, di facile memorizzazione e pronunci – di uno spirito benevolo che anima i racconti dei nativi dell’Isola di Pasqua, anche ripreso nel libro The Secrets of Easter Island del norvegese Thor Heyerdahl. 

Nella fabbrica di AKU, a Montebelluna, è stata  prodotta la prima Slope, una calzatura da trekking leggerissima, con tomaia in pelle e tessuto, da subito coloratissima e presto dotata di una membrana che la rende impermeabile e traspirante. Una soluzione tecnica che fino a quel momento nessun produttore italiano di calzature da montagna aveva adottato. Slope è poi diventata Slope GTX, poiché equipaggiata con membrana Gore Tex. Già all’alba del Duemila  indossavano Aku personaggi mediatici come Mauro Corona e Fausto De Stefani.

Gaerne

Nel 1962, Ernesto Gazzola lanciava l’azienda Gaerne per produrre  scarpe da montagna di alta gamma. Con gli anni, parallelamente alla cresciuta dell’azienda,  il raggio d’azione si è via via allargato a nuove linee di stivali da motociclismo (negli anni Settanta) quindi alle scarpe da ciclismo (dalla metà degli anni Ottanta). Gaerne, tutt’oggi a conduzione familiare, da sessant’anni sviluppa, progetta e produce stivali da moto e scarpe da ciclismo. 

Garmont

Con il motto #StayWild, dal 1964 il marchio di Volpago di Montello produce scarpe di settore tecnico sportivo per alpinismo, escursionismo e altre attività all’aperto. Curiosità: le T8 Garmont sono indossate dall’esercito americano, e di fatto il mercato statunitense vale metà del fatturato dell’azienda. A un passo dalla chiusura, l’impresa veniva rilevata e rilanciata ne 2014 da Pierangelo Bressan. In tempi recenti la Riello Investiment Partners Sgr ha acquisito la quota di maggioranza.

Garsport

E’ nata nel 1972 a Volpago del Montello da un’idea di coppia. Da Diego Garbuio, all’epoca venticinquenne e scomparso nel 2020,  e Gabriella Favotto, sua moglie,  decisi a produrre calzature da neve. Via via l’azienda la produzione andava diversificandosi così da abbracciare il segmento delle calzature per il trekking, l’alpinismo, antinfortunistica e da lavoro.

Northwave

Dici Northwave e la mente corre alle calzature da snowboard e da ciclismo (strada e mountainbike). Nacque nel 1971 come Calzaturificio Piva dedito alla produzione di fodere per scarponi da sci e da neve per conto terzi. Il gran salto arrivava quando Gianni Piva – che veniva da esperienze in Dolomite, Munari, Tecnica e San Marco – acquistava il marchio statunitense Northwave producendo scarponi da snowboard a propria firma. Lanciava la linea di scarpe Espresso, tra le icone degli anni ’90 con quella suola Big Boy, ispirata al design della suola originale degli scarponi da snowboard.

Entrava nel mondo del MTB con scarpe dai colori dirompenti, acquistava l’italiana Drake Bindings, un crescendo continuo. 

Sidi

Il nome dell’azienda somma le iniziali del fondatore nonché ciclista en amateur Dino Signori che, nel 1960, avviava un laboratorio artigianale per la manifattura di calzature sportive da montagna. L’azienda via via si è specializzata nella produzione di stivali da moto e calzature da ciclismo. Oggi spicca tra i leader del settore. Indossano scarpe Sidi campioni come Egan Bernal, Richard Carapaz e Gianni Moscon per citare qualche nome.

Anna Franini
Anna Franini, giornalista di Forbes e il Giornale. Scrive storie di Leadership, Imprenditoria, Innovazione. Intervista fondatori di aziende miliardarie, Premi Nobel, Breakthrough, Academy Awards, Pulitzer, Pritzker.
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