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Fazioli, una storia tutta italiana.

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Fazioli è il pianoforte di bandiera. Nasce da un’idea imprenditoriale di Paolo Fazioli che 40 anni fa fondava la sua azienda a Sacile, in Friuli, dove già il padre produceva arredi di design. Negli anni Ottanta il colosso del settore era la Germania e promuovere un pianoforte di fattura italiana era sfidante, un po’ come se oggi volessimo lanciare un vino orientale sul mercato italo-francese. I nostri produttori di pianoforti ricorrevano a terminologie tedesche per guadagnare in credibilità, “se faccio pianoforti, metto il mio nome. Non voglio imbrogliare”, sentenziò – invece – Fazioli. Che oggi è sinonimo di manufatti esclusivi. Se li possiedi, vuol dire che sei un concertista così affermato da permetterti tale lusso oppure sei benestante dunque li vuoi come status symbol. I costi vanno dagli 80 ai 160mila euro, e si sale vorticosamente per i prodotti ad personam per facoltosi e fantasiosi committenti. Il caso del pianoforte coperto d’oro 24 carati o di rosso Ferrari vestito. 

Fazioli è la Ferrari della tastiera, nelle sale da concerto e teatri che contano, dalla Cappella Paolina del Quirinale alla Fenice di Venezia, Sala Čajkovskij di Mosca, Juilliard School di New York. L’ultima edizione del Concorso Chopin di Varsavia, equivalente alle Olimpiadi dei pianisti, ha visto i tre finalisti scegliere un Fazioli per l’ultima prova, tra essi anche il vincitore Bruce  Liu. 

Riavvolgiamo il nastro ed andiamo al 1981: nasce la Fazioli. Come?

Avevo conosciuto il tecnico che lavorava nell’atelier di Cesare Augusto Tallone (ndr mitico costruttore e accordatore di pianoforti, nel 1966 creava il primo gran coda italiano). Gli spiegai che volevo progettare pianoforti. Nel frattempo si rese disponibile un altro professionista destinato ad essere una delle nostre colonne portanti, Guglielmo Giordano, fra i più importanti tecnologi del legno, aveva viaggiato in tutto il mondo per esplorare i tipi di legni più disparati. Conosceva tutte le specie legnose e scritto libri sui metodi di applicazione. Fu lui a indirizzarmi al legno della Val di Fiemme: fino a quel momento nessuno dei nostri competitor lo aveva preso in considerazione.

E dopo di voi?

Tutti. Bechstein, per esempio, usa solo il legno di Fiemme. 

Cos’ha di speciale?

E’ molto  leggero ma con una struttura assi tenace, dunque interessante per gli strumenti musicali. Non per nulla scelto da Stradivari per i suoi violini.

E così, i concorrenti “seguirono” la vostra intuizione…

Fosse solo quello…

Cosa c’è d’altro?

Idee, anche piccole. Ma non voglio fare polemiche. Penso solo che copiare sia sbagliato, ma sempre si è verificato e sempre accadrà. Pensiamo al caso Meucci.

Questione di proprietà intellettuale da tutelare. Quanto ricorrete al formula del brevetto?
Ultimamente ne ho fatti due. Ma ci credo fino a un certo punto. Il brevetto dura venti anni, poi diventa proprietà comune. Nel frattempo, presentando un brevetto, tu racconti cosa fai e come lo fai, e se fai la tua descrizione in modo non opportuno crei i presupposti perché qualcuno trovi una nicchia dove collocarsi.

L’ha sperimentato sulla propria pelle?

Purtroppo sì. Per esempio, avevamo brevettato  una meccanica che poi è stata fatta quasi identica da un’altra casa produttrice. Cosa è successo? Che  nella descrizione  del brevetto abbiamo lasciato spazi aperti dove altri si sono inseriti oppure abbiamo narrato troppo minuziosamente cose che andavano raccontate per sommi capi.

Lei ha una laurea in ingegneria meccanica e un diploma di pianoforte. Ingegnere e artista: parrebbero due profili incompatibili o forse qui sta la chiave del successo?

Un tempo era difficile incontrare profili come il mio. Adesso vedo sempre più i pianisti con una laurea in ingegneria. Alla fine musica e scienza vanno a braccetto, il suono – per dire – è un fenomeno complesso studiato anzitutto dalla Fisica. 

E di fatto, nella vostra prima squadra operava Pietro Righini. Sui suoi volumi di acustica si sono formate migliaia di musicisti.

Lo conobbi che già aveva 75 anni e la sua presenza fu determinante, era uno dei massimi esperti di Fisica applicata agli strumenti musicali.

Continuate a collaborare con Fisici?

Però di natura diversa. Ai tempi di Righini non c’erano software, computer, programmi complessi come gli odierni. Prima collaboravamo con il Politecnico di Milano, ora con una  società di Firenze specializzata nella costruzione di modelli matematici: cose non concepibili ai tempi di Righini.

Queste ricerche vi portano a modificare legni, metalli, forme?

Ci spingono a tentare strade diverse dalle correnti, talvolta aberranti e destinate a restare teoriche però consentono di simulare un comportamento del sistema acustico del pianoforte, e così capiamo se la strada che stiamo percorrendo è giusta o sbagliata. Tutto questo aiuta a perfezionare lo strumento. Che è poi il nostro obiettivo. Vogliamo migliorare nella convinzione che ogni punto di arrivo sia un punto di partenza.

Il 2 giugno, per la cerimonia della Festa della Repubblica, accanto al Presidente Sergio Mattarella c’era un pianoforte Fazioli. Che effetto fanno situazioni di questo tipo?

Mi riempiono di orgoglio. Sono stato nominato Cavaliere nel 2016 e quando andai a ritirare la pergamena, il Presidente mi disse “Grazie per i suoi pianoforti. Siamo tutti molto orgogliosi”. Credo che sia il Presidente stesso a chiedere che ci sia un nostro pianoforte in occasioni ufficiali. Del resto sarebbe stridente vedere uno Steinway & Sons (ndr marchio tra i più blasonati) al Quirinale o a Expo Dubai, sotto bandiere italiane.

S’aggiunga poi il fatto che il pianoforte l’abbiamo inventato noi…

Un’invenzione incredibile, di portata mondiale. Difficile concepire la storia della musica senza il pianoforte. Bartolomeo Cristofori (cdr l’inventore) ebbe la grande intuizione di applicare al preesistente clavicembalo una meccanica diversa, che teneva  conto della forza, modulazione e potenza del suono. Poi sappiamo come andò a finire, i Tedeschi  svilupparono l’idea mentre il povero Cristofori morì in povertà assoluta senza aver avuto la soddisfazione di essere stato l’inventore.

E lei, orgogliosamente, ha inciso il suo cognome sui manufatti fin dall’ur-Fazioli.

Quando cominciai mi dissi: “Dobbiamo dire la verità”. E la verità è che il pianoforte lo facciamo in Italia ed è ideato da un team italiano. Questo è stato un grande handicap all’inizio, e la cosa sorprendete è che i più scettici erano gli Italiani che preferivano il prodotto straniero. Alle fiere i più interessati ai nostri strumenti erano i Tedeschi. Il nostro miglior rivenditore è stato Piano-Fischer di Stoccarda con cui collaboro dal 1982, il 24 agosto di ogni anno ci telefoniamo per festeggiare il compleanno dell’incontro.

Quanto vendete all’estero?

Il nostro mercato è straniero per il 90%, ma fino a qualche anno fa lo era per il 95%. Veder crescere il mercato interno mi fa molto piacere. Finalmente. 

Fra i vostri primi e fedeli estimatori c’è Herbie Hancock, pare che gire il mondo con un Fazioli al seguito…

Conobbe i nostri pianoforti nel 1988 all’Umbria Jazz. Ne fu colpito al punto che venne da noi per scegliere il pianoforte da portarsi nella casa di Los Angeles, stette giorni in fabbrica. Prima del Covid, ogni anno partecipavo alla NAMM, la più grande fiera di strumenti alle porte di LA, e lui veniva sempre a farmi visita. I jazzisti s’innamorano puntualmente dei nostri manufatti, dicono che l’ampia gamma di colori e sfumature li ispiri, del resto i jazzisti improvvisano quindi hanno bisogno di strumenti che accendano la creatività.

Anche Andrea Bocelli ha un vostro pianoforte…

Un 308, uno dei più grandi.

Lei cosa ha?

Sto aspettando di regalarmi un 183, ma non c’è. Abbiamo così tanti ordini che quando arriva il momento in cui posso portarmelo a casa, mi spiegano che qualcuno lo sta aspettando da mesi e mesi. E così, finisco sempre per cederlo ai clienti.

Par di capire che la domanda superi l’offerta.

La domanda cresce al punto che dobbiamo decidere se assecondarla producendo di più oppure allungare i tempi di consegna.

Quanti dipendenti conta la Fazioli?

Siamo in cinquanta. E siamo noi stessi a formare gli artigiani, fuori non trovi queste professionalità, l’alternativa sarebbe attingerle dai concorrenti che però stanno in Germania e in Asia, e comunque noi cerchiamo di avere  maestranze italiane. La costruzione di un pianoforte è un tipo di attività affine a quella del falegname il quale – in questa fase storica – usa sempre meno legno a favore di ferro e pannelli, per cui l’esperto che sappia lavorare il legno puro è difficile da trovare. Quindi partiamo da giovani con una buona manualità e li formiamo, un processo che chiede almeno un anno.

Immaginiamo, inoltre, che sia richiesta una certa deontologia professionale: i lavoratori di Sacile custodiscono segreti di bottega. Corretto?

Ne abbiamo tanti. Anzi: siamo pieni. Chiediamo sempre estrema riservatezza, anche nero su bianco. 

E ai visitatori esterni?

Vietiamo di scattare foto, per esempio, benché siamo consapevoli che poi qualcosa possa sfuggire. Circa vent’anni fa, un signore cinese, spacciandosi per direttore commerciale di un nostro rivenditore, fece il giro della fabbrica con uno dei primi telefonini con fotocamera. Fingeva di essere sempre al telefono ma in realtà scattava foto. Per essere sicuri dovremmo vietare l’ingresso. 

Anzitutto ai concorrenti?

Per la verità succede spesso che, in occasioni di fiere e congressi, i competitor vengano da noi. Quattro anni fa per dire, ricevemmo la visita dei team di Steinway & Sons , Bosendorfer, Bechstein. A mia volta sono stato invitato a visitarli, non ho ancora aderito ma chissà.

In questi quarant’anni come è cambiato il modo di produrre il pianoforte? E dove si concentrano i progressi?

Siamo riusciti a ottenere cose prima impensabili anzitutto in termini di qualità, lunghezza e potenza del suono. Poi lo strumento ha guadagnato in solidità. I nostri pianoforti sono ormai carri armati, riescono a resistere agli attacchi  dei pianisti dalle dita d’acciaio. Si narra che il grande Franz Liszt (ndr. icona del pianino di sempre) alla fine del concerto lasciava il povero pianoforte scassato, e lui – da virtuoso incredibile, se ne vantava.  Prima questo era il parametro fondamentale della qualità dello strumento: la resilienza.

Anche nel vostro settore vi sono problemi di reperimento dei materiali?

Al momento non è un grosso problema, ma si profila all’orizzonte. Sicuramente i prezzi stanno aumentando in modo considerevole, così come diminuisce la  capacità di consegna. Tutto sommato noi produciamo una quantità limitata, intorno ai 150 pianoforti l’anno.

Avete il classico pianoforte laccato nero, quindi bianco e color legno. Ma non mancano le richieste più bizzarre, la mente va al pianoforte rosso Ferrari. Fa un balzo sulla sedia quando arrivano queste richieste?

Mi sono abituato a riceverle. Mi aspetto che ne arriveranno di peggio. L’ultimo che abbiamo fatto si chiama Mirror, ci hanno chiesto di conficcare sulla superficie del pianoforte aste che terminano con 450 specchietti. Mah…

Anna Franini
Anna Franini, giornalista di Forbes e il Giornale. Scrive storie di Leadership, Imprenditoria, Innovazione. Intervista fondatori di aziende miliardarie, Premi Nobel, Breakthrough, Academy Awards, Pulitzer, Pritzker.
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