A trent’anni dal debutto che lo consacrò al Rossini Opera Festival di Pesaro, Juan Diego Flórez (1973) torna a un altro punto di partenza: alla Scala dove quest’oggi canta accompagnato al pianoforte da Vincenzo Scalera.
Cosa succede quando la mente va a quel lancio di carriera che fu un’operandi Rossini a Pesaro?
Resta per me un momento fondativo. Ma il mio primo teatro in assoluto è stata la Scala, sempre nel 1996. Sono nato artisticamente a Pesaro, con Rossini, e alla Scala, con Gluck il 7 dicembre: meglio di così, credo, non si avrei potuto desiderare.
In questi tre decenni è cambiato il mondo. Anche quello musicale: come?
La musica oggi vive una rapidità diversa, si è trasformato il modo in cui viaggia e incontra il pubblico. Eppure resto convinto che la musica sia una delle poche cose davvero capaci di unire le persone.
L’opera ha ancora un futuro davanti a sé?
Assolutamente sì. Lo percepisco viaggiando e incontrando pubblici molto diversi in tutto il mondo. Accanto a una tradizione solida, vedo nascere nuovi interessi, per esempio in Asia.
Rossini è stato centrale nel suo percorso artistico. Che peso ha avuto anche nella sua formazione umana?
Rossini ha segnato la mia vita in modo profondo. Opere come Guglielmo Tell o Il barbiere di Siviglia toccano molti punti della verità dell’essere umano. Quanto all’aspetto vocale, il canto rossiniano – poi – pur essendo estremamente difficile, mi ha aiutato a mantenere la voce fresca nel tempo, è una sorta di elisir.
Oggi alla Scala interpreterà I Peccati di vecchiaia di Rossini. Quali “peccati” pensa di concedersi, guardando al futuro?
I Peccati di vecchiaia è un titolo geniale, pieno di autoironia. I veri “peccati” di Rossini, credo, erano i piaceri quotidiani. Nel mio caso, venendo dal Perù – un paese con una gastronomia ricchissima e pluripremiata, così come lo è l’Italia – amo godere delle delizie della cucina e del buon vino, proprio come faceva Rossini. Amo anche lo sport. Se questi siano peccati o semplicemente piaceri della vita, non lo so: dovremmo chiederlo a Rossini.
Il musicista è costantemente sotto giudizio, oggi amplificato dai social. Le pesa o ha imparato ad attutire i colpi?
Il giudizio fa parte del nostro mestiere da sempre, oggi forse è solo più rumoroso. La cosa più importante resta il dialogo onesto con sé stessi e con la musica. Sono molto critico con me stesso: registro le prove, mi ascolto, mi correggo. Ho imparato a essere il mio primo critico e a restare lontano dai troppi rumori esterni. Questo mi ha permesso di mantenere serenità e concentrazione.
La sua Fondazione Sinfonía por el Perú compie 15 anni. Soddisfatto ?
È un percorso che mostra con grande chiarezza quanto la musica possa avere un impatto reale sulla vita dei bambini, dei giovani, delle loro famiglie e delle comunità.
Per molti di loro, soprattutto in contesti sociali fragili, la pratica musicale diventa uno spazio di crescita, di condivisione e di trasmissione di valori. È questa esperienza concreta che mi spinge a continuare: usare la musica come strumento di cambiamento e renderla sempre più accessibile alle nuove generazioni del mio paese.
Come si sta in Perù di questi tempi ?
Il Perù vive una situazione complessa, segnata da forti disuguaglianze e da molte sfide, ma vedo anche una grande resilienza e una forte energia nella società. C’è una diffusa voglia di costruire, di ritrovare fiducia e coesione.
Tra dieci anni: come si immagina Juan Diego Flórez?
Mi vedo ancora profondamente legato al canto, forse con meno recite e più spazio per l’insegnamento, la direzione artistica, il lavoro con i giovani e con la Sinfonía por el Perú. Con la stessa passione di sempre.
