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Padova, città dell’argento

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Il distretto che ha fatto brillare l’Italia del dopoguerra

Correvano gli anni Cinquanta, i più volitivi della storia d’Italia, quelli di una Repubblica appena nata: sguardo (e mani) alla ricostruzione, e alle spalle il ventennio dispotico. Anni di rigoglio in cui la posateria e l’argenteria di Cesa 1882, già fornitrice dei Savoia, venivano prescelte per apparecchiare le tavole del Quirinale. D’allora banchetti per capi di Stato e monarchi, da Mikhail Gorbachev alla Regina Elisabetta d’Inghilterra, vestono Cesa 1882, da trent’anni nel Gruppo Greggio. Greggio è tra le punte d’Europa nella produzione di argenterie e lega argentata, forte di una filiera verticale che assicura l’italianità dell’intero ciclo produttivo dei marchi che via via ha acquisito, una leadership condivisa con Calegaro. 

Abbiamo appena menzionato le più brillanti realtà – dato il soggetto, fuor di metafora – di Padova, territorio vocato all’argento come dimostra l’alta concentrazione di aziende che hanno tratto la propria ragion d’essere dal metallo brillante e bianco, come indica la radice greca “argos”. Si va da Bragagnolo a Zaramella, Zanetto, Bicama, Varotto. 

La Calegaro, fondata nel 1921 col marchio 4PD, divenne la prima azienda di argenteria e quarto produttore di metalli preziosi di Padova. Fioriva su spronedella Basilica di Sant’Antonio, che già nel Medioevo aveva al suo interno un atelier di artigiani argentieri: il motore del fermento di poi. Il celebre, poi trafugato, “Mento di Sant’Antonio”, per esempio, è custodito nel reliquiario creato in queste botteghe, lo stesso dicasi di altri manufatti pensati per arricchire la Basilica che nei secoli ha saputo calamitare grandi artisti. Su tutti, Angelo Scarabello, tra le punte della cultura argentiera veneta, e che consapevole di tanta maestria soleva incidere sulle produzioni il monogramma AS inframezzato da una stella, così come la sua bottega aveva quale tratto distintivo un angelo inginocchiato di profilo, chiara allusione al nome.

Col tempo le imprese padovane hanno diversificato la tipologia di prodotti, aprendosi anche alla gioielleria, agli articoli da regalo e via discorrendo,  ma il focus permane sui complementi d’arrendo della tavola: notoriamente sede del trionfo degli argenti. Diversificazione dettata dai nostri tempi dell’hic et nunc (“qui ed ora”), dall’assillo di una velocità che è cattiva consorte dell’eleganza incarnata dall’argento; di tutto questo ne ha risentito la vestizione della tavola, che con le dovute eccezioni ora tende al casual, ergo tra il semplificato e lo sciatto. E’ per la nicchia innamorata dell’eleganza classica che producono aziende come la Calegaro, nata nel secondo ventennio del Novecento per assecondare il ritorno ai piaceri del buon vivere dopo il buio del conflitto mondiale, anni ruggenti e inquieti di una  borghesia più che mai assetata di feste e di incontri mondani, quelli ritratti impietosamente da Alberto Moravia nel romanzo Gli Indifferenti. Tendenze tornate in auge nel secondo dopoguerra e nuovamente in declino con il nuovo millennio tutt’uno con mutati stili di vita. Proprio negli anni Ottanta e Novanta a Padova si era toccato l’apice del settore, possedere l’oggetto in argento era uno status symbol, non c’erano matrimoni, battesimi, comunioni in cui la bomboniera non fosse in argento, era l’epoca in cui prosperavano storiche imprese e ne fiorivano nuove, spesso per gemmazione e volontà di artigiani che si mettevano in proprio.

Era la fase, per esempio, in cui Calegaro avviava collaborazioni con marchi del lusso, da Georg Jensen a Rolex, Maserati, Bulgari, Hermès, Riva, conquistando i palcoscenici di Harrods a Londra e Bergdorg & Goodman a New York. Decenni in cui Greggio assorbiva realtà storiche, esemplarmente Cesa 18. E’ intrigante la storia di questo Gruppo con quartier generale a Sarmeola di Rubano, un centinaio di dipendenti e 10 milioni di fatturato. Veniva fondato nel 1948 da Rino Greggio (scomparso nel 2013), un giovanotto che si era fatto le ossa nel laboratorio di un argentiere padovano e che dopo la guerra, con le 21 lire racimolate con la vendita della bicicletta, aveva sfidato la sorte acquistando il primo chilo d’argento. La sorte premiò tanta audacia, già nel 1968 prendeva forma il marchio Olri, poi Greggio Lega Argentata, nel frattempo il Gruppo avrebbe inglobato marchi, da Ricci Argentieri a Masini Firenze, Dogale Venezia.

Simil storia di imprenditoria precoce è quella di Bernardo Zanetto, subito affascinato dai laboratori dei maestri dell’argento padovano. Si racconta che sostava ore davanti alle finestre di una storica bottega, un po’ come il bimbo Totò (proiezione di Giuseppe Tornatore) alla cabina di regia nel film Nuovo Cinema Paradiso. L’attrazione fatale portò il prode Bernardo ad essere assunto nella bottega tanto osservata, ma già dopo i 17  anni ne creò una tutta sua. La vera e propria azienda nasceva nel 1968, concentrata sulla posateria e complementi per la tavola, poi allargatasi ad articoli da regalo,  gioielli, oggi provvede anche alla riparazione.

E’ in provincia di Padova l’azienda Bicama, attiva  dal 1985 ed oggi condotta dal figlio del fondatore, Filippo Bilato, titolare dal 2012 e Maestro Artigiano. Sita a Cadoneghe produce oggetti in argento, combinando le tecniche tradizionali con le nuove tecnologie, alta manifattura contraddistinta dal marchio ☆262PD. Tra le più storiche, c’è Zaramella Argenti, classe 1948, mentre è del 1978 la Bragagnolo, sita nell’antico borgo di Cittadella. 

Come si diceva l’epoca d’oro degli argenti – pardon per l’ossimoro – si toccò nell’ultimo scorcio del Novecento. “I gusti dei clienti sono ora notevolmente cambiati per le diverse abitudini, modo di vivere ed esigenze. Le grandi aziende del nostro distretto si sono dovute ridimensionare e i piccoli artigiani hanno chiuso o sono stati accolti nelle realtà produttive più strutturate. Anche il passaggio generazionale non ha aiutato, le nuove generazioni evitano il lavoro artigianale preferendogli quello amministrativo”, spiega Micol Cavatton, responsabile marketing.

Anche la Calegaro, alla seconda generazione,  ammette che “solo le aziende che hanno saputo evolversi, per esempio acquisendo macchinari di ultima generazione e investendo sulla formazione dei dipendenti” sono sopravvissute alla seleziona darwiniana. “Negli anni di grande produzione molti dipendenti si misero in proprio conducendo un’attività che, terminata la grande spinta produttiva, si trovò in difficoltà”, e così: giù le serrande. E il marchio 4 PD, quarto produttore di argento a Padova, è di fatto il più antico poiché le tre aziende precedenti non esistono più.

Anna Franini
Anna Franini
Anna Franini, giornalista di Forbes e il Giornale. Scrive storie di Leadership, Imprenditoria, Innovazione. Intervista fondatori di aziende miliardarie, Premi Nobel, Breakthrough, Academy Awards, Pulitzer, Pritzker.
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