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Torino, capitale dell’industria del cioccolato

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A Torino batte il cuore di un distretto che, come pochi altri, sembra onorare il terzo cerchio dell’Inferno dantesco: quello dei golosi. È qui, sotto la Mole, che si produce circa il 40% del cioccolato italiano, pari a 85mila tonnellate l’anno. Dal capoluogo piemontese il distretto si estende alle province di Cuneo e Alessandria, dando vita a uno dei cluster agroalimentari più strutturati d’Europa. I nomi sono quelli noti: Ferrero ad Alba, colosso globale; Nutkao a Cuneo; Caffarel e Domori a Torino; Venchi nel Cuneese; Pernigotti ed Elah Dufour a Novi Ligure. Ma accanto ai giganti si muove una costellazione di piccole e medie imprese che arricchiscono il sistema, rendendolo per profondità e varietà un unicum rispetto ad altri poli italiani, da Perugia a Modica.

Non è solo una questione di numeri, ma di stratificazione storica e culturale. In un territorio che fu culla dello Stato unitario, pensato da statisti come Cavour e D’Azeglio, il cioccolato vanta una tradizione secolare fatta di maestri artigiani, invenzioni fortunate e rituali borghesi consumati nei caffè storici. Luoghi come la pasticceria Stratta, a pochi passi da Piazza San Carlo, dove Cavour era solito concedersi una cioccolata calda con granella di nocciole, trasformando il piacere in simbolo politico e mondano. A lui si devono persino i cioccolatini “Gioie di Cavour”, esempio precoce di storytelling gastronomico ante litteram.

La vocazione piemontese per il cosiddetto cibo degli dei, tanto apprezzato anche da noi mortali, affonda le radici già nel Cinquecento, quando il cacao arrivò a corte grazie a Emanuele Filiberto di Savoia, al servizio di Carlo V di Spagna. La leggenda vuole che il duca abbia celebrato il trasferimento della capitale da Chambéry a Torino offrendo simbolicamente alla città una tazza fumante di cioccolata. Dal 1678, quando la bevanda uscì dai confini aristocratici per raggiungere un pubblico più ampio, Torino si affermò come una delle capitali europee della lavorazione del cacao, grazie alla qualità delle materie prime e a una straordinaria capacità inventiva.

Di decennio in decennio, secolo dopo secolo, nascono qui specialità destinate a diventare iconiche: dalle tavolette vendute “in taglio” alle creazioni più elaborate come il cremino, composto da tre strati di cioccolato — gianduja all’esterno e nocciola al centro — inventato da Ferdinando Baratti, fondatore nel 1858 della torinese Baratti & Milano. Seguono praline, tartufi, l’alpino con cuore liquoroso, il boero, fino al capolavoro assoluto: il Gianduiotto. Nato nel 1865, durante il Carnevale, questo piccolo lingotto dalla forma a barchetta rovesciata, avvolto in carta dorata o argentata, prende il nome dalla maschera più torinese che vi sia e viene spesso indicato come il primo cioccolatino incartato della storia. Intorno, altre geografie del gusto: Cuneo con i cuneesi al rum, Cherasco con i Baci.

Oggi, nonostante sia uno dei prodotti alimentari più colpiti dal carovita, il cioccolato continua a occupare un posto stabile nei consumi degli italiani. I prezzi sono esplosi — +10% a scaffale nell’ottobre 2025 su base annua, dopo i rincari del 2024 (+7% per i cioccolatini, +15% per le tavolette) — spinti da un cacao le cui quotazioni sono triplicate in tre anni. Eppure il mercato tiene: il fatturato del comparto sul mercato interno sfiora 1,7 miliardi di euro, sostenuto dal 93% delle famiglie italiane, che spendono in media oltre 72 euro l’anno. Un segnale chiaro della resilienza di un settore che, tra comfort food e lusso accessibile, resiste meglio di altri alle tensioni macroeconomiche.

Accanto ai colossi — con Ferrero che domina la scena globale dall’alto di oltre 18 miliardi di euro di fatturato — il distretto piemontese trova la propria forza nelle imprese di medie e piccole dimensioni, spesso a conduzione familiare, capaci di presidiare nicchie ad alto valore aggiunto. È il caso della Guido Gobino, uno dei nomi più celebri dell’artigianato cioccolatiero torinese. Fondata nel 1964 da Giuseppe Gobino, forte di una lunga esperienza nella raffinazione del cacao, l’azienda ha costruito la propria identità sulla valorizzazione dei grandi classici piemontesi. Con l’ingresso di Guido Gobino nel 1985, la cioccolateria conosce una profonda trasformazione, diventando un punto di riferimento per l’innovazione nel rispetto della tradizione. Dal 2021, l’arrivo di Pietro Gobino imprime un nuovo impulso manageriale, con attenzione a digitalizzazione, formazione interna e sostenibilità.

Accanto a queste realtà si muovono storiche maison come Peyrano, attiva dal 1915 e oggi aperta al pubblico con visite guidate e degustazioni, o Boella & Sorrisi, fondata nel 1885 e diventata nel 2014 un’unica realtà dopo l’unione di due nomi storici. E, in mezzo a tanta storia, emergono marchi più giovani come La Perla di Torino, nata nel 1992, che ha fatto del Tartufo di Cioccolato il proprio prodotto iconico: 14 grammi di pura felicità declinati in oltre venti referenze, esempio di come il distretto continui a rinnovarsi parlando il linguaggio del mercato globale senza perdere accento piemontese.

In un contesto segnato dalla volatilità delle commodity, dall’aumento dei costi energetici e da consumatori sempre più selettivi, il distretto piemontese del cioccolato mostra una resilienza che va oltre la tradizione. La forza del sistema sta nella sua struttura ibrida: grandi gruppi capaci di assorbire shock globali convivono con imprese di dimensioni medio-piccole che puntano su valore, specializzazione e margini più che sui volumi. Un modello che consente al cluster di muoversi su più piani — industriale, artigianale, culturale — riducendo la dipendenza da un’unica traiettoria di crescita.

Anna Franini
Anna Franini
Anna Franini, giornalista di Forbes e il Giornale. Scrive storie di Leadership, Imprenditoria, Innovazione. Intervista fondatori di aziende miliardarie, Premi Nobel, Breakthrough, Academy Awards, Pulitzer, Pritzker.
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