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Un tris di Valli forgiatrici…di successi

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Le valli Bresciane hanno un passato di povertà e di fame. La “fame” che a un certo punto è stata lo sprono per correre i rischi dell’imprendere cedendo a quel pizzico di follia senza la quale un’impresa né la fondi né la fai crescere, figuriamoci prosperare. Ed è così che nella Val Trompia, Sabbia e Camonica, a compensazione della magra agricoltura di montagna, fin dall’antichità sono state capitalizzate le due materie prime qui più diffuse, metalli ed acqua quale forza motrice, creando i presupposti per la nascita dell’odierno Distretto dei Metalli che, stando al Rapporto di Intesa Sanpaolo, brilla nella top 10 dei più performanti d’Italia per crescita, redditività e patrimonializzazione. Non solo, il comparto di rubinetti, valvole e pentolame di Lumezzane, dunque afferente il mondo dei metalli, conquista la posizione n. 14 in detta classifica. Se andiamo oltre i confini del Distretto in senso stretto e consideriamo l’intera provincia, contiamo 100mila addetti di settore e un valore aggiunto che sfiora 8 miliardi di euro, così le analisi condotte da Confindustria Brescia su dati Istat.

Il Distretto, come si diceva, non includerebbe la Val Camonica, silente e ritrosa, eppure stella di prima grandezza nell’arte della forgiatura, e ciò da millenni; ragion per cui ne scriviamo. La Biennale della Forgiatura al Maglio di Biennio, nel cuore della Valle Camonica, è lì a ricordare con sfide a colpi di martello in cosa consista quest’antica maestria. Per esempio, è nell’officina Erbon di Biennio che otto “master” forgiano le spade e i fioretti della nazionale italiana di scherma, compresi quelli di Bebe Vio.

Agli antichi magli si sono affiancati forge e strumentazione di ultima generazione per aziende 4.0, si va dalla Fedriga (più di 60 dipendenti, fatturato oltre i 25 milioni, alla Morandini di Cividate Camuno (180 dipendenti, 110 ml di fatturato), a Forge Monchieri, con una capacità produttiva fino a 120 tonnellate, per menzionare i principali. A lungo, poi, qui il nome chiave delle aziende attive nel settore dei metalli ha corrisposto  a quello di Carlo Tassara il quale mentre imperversava il biennio rosso – correva il 1919 – e i lavoratori di mezz’Italia incrociavano le braccia, fondava a Breno uno stabilimento di leghe metalliche che si espandeva anche assorbendo altre aziende (tra cui la Breda Fucine). Crescita graduale fino alla  grande crisi del  2008 quando affrontava una pesante ristrutturazione mantenendo in vita quella che era stata la sua prima acquisizione: la Metalcam, leader italiano nella produzione di pezzi forgiati a disegno in acciaio.

Nelle tre Valli vi sarebbero testimonianze di attività di lavorazione dei metalli fin dall’età preistorica, in Val Camonica la dimostrazione è incisa – e non in senso metaforico – sulla pietra, vedasi il Parco delle Incisioni Rupestri dove, sulla roccia  n.35, compare inoltre la celebre “scena del fabbro”  attribuita all’Età del Ferro. Si narra che i Romani avevano individuato in Val Trompia luoghi dove confinare i damnati ad metalla, schiavi e prigionieri destinati all’estrazione del ferro. E’ testimoniata la presenza di forni fusori già in epoca longobarda e di ferro fuso nell’età delle Signorie. L’attività era talmente diffusa che un documento del 1299 rammenta l’antico diritto del vescovo di Brescia di ricevere la decima anche del ferro di Pisogne, così come lo  statuto sulle miniere di Bovegno del 1341 conquista il primato del più antico atto legislativo europeo del genere. Chiusa la tregua siglata dalla Pace di Lodi, e morto Lorenzo il Magnifico, gran tessitore d’equilibri, l’Italia veniva travolta da un fiume in piena di guerre, a beneficio dell’industria delle armi.

Correva l’anno 1526 quando Mastro Bartolomeo Beretta da Gardone Val Trompia consegnava 185 canne d’archibugio all’arsenale di Venezia, l’atto di nascita di quella che oggi è la Fabbrica d’Armi Pietro Beretta condotta dalla più antica dinastia industriale del mondo. Nel 1539 dalle valli bresciane venivano esportati – si legge nell’Enciclopedia Bresciana –  338.800 pesi di ferri lavorati, fra cui 77mila di acciai, 54 mila di badili, 135 mila di ferro ladino, 21 mila di lamiere, 7 mila per armi, 7 mila di padelle, 4800 di falci, 24 mila di chiodi, 24 mila d’archibugi, 3 mila di lame. Edolo ed Angolo fabbricavano tondini di celate, corsaletti, verselli, gambali, pansiere. Le armature si perfezionavano a Brescia. Tra i forni di ferro della provincia erano rinomati quelli di Pisogne e Gratacasolo, quest’ultimo travolto da un uragano e prontamente ribattezzato Rovina. 

Facciamo un salto temporale e approdiamo all’alba del Novecento. La prima e poi seconda rivoluzione industriale avevano lasciato  in dote qualche impresa importante e attorno una rete di attività familiari a supporto delle grandi strutture creando l’humus per le micro-piccole-medie imprese di poi. Aziende al servizio dei due conflitti mondiali, quindi riconvertite dagli anni Cinquanta in poi:  sull’onda del Piano Marshall, in un’Italia tutta da ricostruire, di qui la domanda crescente di beni legati al settore edilizio e non solo, s’aggiunga un’etica del lavoro calvinista tutt’uno con il secolare allenamento alla fatica. In tutto questo fermento si ritaglia uno spazio speciale Lumezzane, in Val Trompia, decenni di gloria nel campo dei casalinghi fino agli anni Ottanta quando il confronto con i Paesi emergenti diventa schiacciante, quindi la reazione che talvolta è anche equivalsa a una ricollocazione delle aziende nella più  accessibile pianura, in altri casi si è trattato di in una vera e propria delocalizzazione oltre confine. Soprattutto su sprono della pandemia sono stati rivisitati modelli che non pagano più ed “i marchi bresciani stanno, con prudenza e a piccoli passi, riportando a casa alcune produzioni” ricorda Roberto Ragazzi, responsabile delle pagine di Economia del Giornale di Brescia. “Il numero delle imprese del settore è stato decimato nell’ultimo decennio, ma il Bresciano conta ancora una trentina di aziende con proprio marchio, in parte dislocate in Valtrompia, alle quali si aggiunge il variegato indotto, costituito da una filiera insostituibile di terzisti e fornitori” (Ragazzi).

Nel distretto dominano grandi aziende se non colossi come la Holding Beretta, Umberto Gnutti Spa, Eredi Gnutti Metalli, Metallurgica San Marco, Eural Gnutti. Nella Val Sabbia brilla Silmar Group (1,5 miliardi di fatturato) leader nei settori del riscaldamento con Fondital, delle leghe di alluminio da riciclo con Raffmetal, dell’idrotermosanitario, del riciclo dei materiali plastici e della protezione passiva al fuoco con Valsir e le sue consociate e partecipate in Italia e all’estero.

Attorno un pulviscolo di micro, piccole e medie imprese. Il caso della Enolgas Bonomi, a Concesio, nata nel 1960 come impresa famigliare, specializzata nella produzione di valvole a sfera in ottone, oggi un Gruppo con un’offerta diversificata ed una presenza capillare nei mercati internazionali. Altra bella storia d’azienda familiare è quella della Raffineria Metalli Guizzi, a Sarezzo,  fondata da Andrea Guizzi che grazie a un diploma di perito chimico specializzato nell’acciaio iniziava a lavorare al rilancio degli altiforni di Piombino e di Bagnoli assumendo il  ruolo di responsabile del reparto fonderia dell’azienda Eredi Gnutti. Nel 1961, avviava la propria azienda con un piccolo forno a crogiolo e un laboratorio d’analisi, era poi un crescendo in termini di dimensioni e qualità. Oggi brilla per la produzione di lingotti in bronzo. 

Nel 2029 compirà cent’anni la Pinti Inox, a Sarezzo,  leader nella produzione di articoli in acciaio inossidabile, trimetallo e polimeri, destinati alla cucina professionale e domestica. Oggi alla quarta generazione, giornalmente  produce oltre 80.000 posate e 2.000 tra pentole e vasellame, diretti in oltre 50 Paesi.

E’ alla quarta generazione la Nuova Galvanica Cropelli, sbocciata già nel 1901 ma fondata ufficialmente nel 1982 da Luciano Cropelli. Si occupa di trattamenti galvanici su prodotti di terzi applicati in diversi ambiti industriali, dalla galvanica decorativa fino a quella tecnica, dalla rubinetteria-raccorderia industriale alla moda, alimentare, elettronica, medico-dentale, automotive e armiero.

E ancora, nei casalinghi brillano PMI come la Bugatti di Lumezzane, quest’anno centenaria e lunga serie di premi in testa il Red Dot Design (quest’anno vinto con il bollitore Giulietta: un’opera d’arte), Abert (a Passirano, 136 dipendenti), Ghidini Cipriano (a Gussago, 64 dipendenti  pure una linea interamente realizzata in legno naturale, non trattato, nella più antica tradizione degli utensili da cucina), Inoxriv (Villa Carcina). Quindi due leader el pentolate antiaderente come Lumenflon (a Brandico) e Risolì (a Lumezzane). 

Anna Franini
Anna Franini, giornalista di Forbes e il Giornale. Scrive storie di Leadership, Imprenditoria, Innovazione. Intervista fondatori di aziende miliardarie, Premi Nobel, Breakthrough, Academy Awards, Pulitzer, Pritzker.
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