Quattro famiglie di campionissimi, quattro storie apparentemente diverse — sci, musica, pallavolo e rugby — ma nella sostanza molto simili. A unirle è l’approccio: costanza, fatica accettata senza drammi, libertà ma dentro una chiara cornice. E su tutto, la volontà dei genitori di esserci, pur senza sostituirsi ai figli. Questi principi non valgono soltanto per i futuri campioni: quasi nessun bambino diventerà un atleta olimpico o un artista di fama internazionale, ma è fondamentale che impari a rispettare un impegno, ad accettare la fatica senza viverla come un’ingiustizia, a non mollare alle prime difficoltà. Scoprire un talento o anche solo un’attitudine non significa riconoscere un bambino destinato alla grandezza, ma accorgersi di ciò che lo fa stare bene, vedere dove è disposto a mettersi alla prova, offrirgli gli strumenti per crescere. Abbiamo incontrato i genitori dei campioni – dell’arte e dello sport – Federica Brignone (sci), Beatrice Rana (pianoforte), Anna Danesi (pallavolo) e Tommaso Menoncello (rugby).
FEDERICA BRIGNONE
Il talento a volte si nasconde dietro un bimbo che si sente il più scarso della famiglia. È il caso di Federica Brignone. “Il vero talento – racconta mamma Ninna Quario – sembrava essere il fratello Davide. Per Fede lo sci era uno dei tanti sport provati”. Però le piaceva davvero e lo dimostrava nei dettagli che un genitore attento sa leggere: “Non protestava per il freddo, per le levatacce, per le situazioni scomode. Quando i compagni dello sci club volevano andare al bar, lei voleva restare sulla neve”. Il talento, prima ancora del cronometro, si è manifestato nella disponibilità alla fatica. Un consiglio? Non dite a vostro figlio che è un fenomeno, “mette addosso pressione e aspettative. Fede è cresciuta con la sensazione di non essere brava, ancora oggi vuol sempre migliorare, sente di dover dimostrare qualcosa: anzitutto a se stessa, il segreto dei campioni”.
Mamma Quario ha mai dovuto spingere un poco? “Mai. Anche a scuola non è mai andata impreparata, piuttosto stava sveglia la notte a studiare”. Non ha spinto perché “in casa si è respirato il senso del dovere e il rispetto degli impegni”. Non spingere, poi, non significa lasciare le scelte al bambino. Chiedergli continuamente cosa vuole può disorientarlo. I fanciulli hanno bisogno di una bussola, di sapere chi tiene la rotta. Rotta che l’ex campionessa Quario ha tenuto ben salda.
TOMMASO MENONCELLO
La madre di Tommaso Menoncello, volto del rugby italiano, usa parole ancora più dirette. I bambini, dice, “hanno bisogno dei no”. E racconta un bambino vivace, sempre in movimento, ma capace di rispettare le regole. Tommaso non sembrava inizialmente destinato a diventare un campione, i primi segnali arrivarono a quattordici anni. La famiglia ha continuato a seguirlo ovunque. La madre ha lasciato il lavoro da ragioniera per accompagnare lui e la sorella, che praticava pallavolo. Una famiglia semplice, un solo stipendio, le spese da affrontare. Quanto hanno pesato i sacrifici? “Mai visti – racconta la mamma – perché quando una famiglia condivide il percorso, ciò che da fuori viene letta come rinuncia per chi lo vive è vita familiare”. E dire che “nella squadra di Tommaso c’erano ragazzi assai promettenti, però poi saltavano l’allenamento per la festicciola di compleanno o per l’impegno del genitore, e con esso la partita. Di base, i genitori erano stanchi di accompagnare, e tutto si è chiuso”. Rinunciare all’ennesima festa di compleanno, a qualche uscita con gli amici e mantenere le lancette della sveglia sempre presto, fine settimana compresi, non significa levare ossigeno all’infanzia o all’adolescenza: è spostare il focus su qualcosa di valore che rimarrà nella vita. E che dà gioia a chi lo vive.
BEATRICE RANA
La madre della pianista Beatrice Rana, l’artista italiana dalla carriera più sfolgorante, ricorda che il talento vissuto fino in fondo è “gioia piena, stupore, desiderio di scoperta e di ricerca”. È il bambino che torna allo strumento senza che nessuno glielo chieda. Certo, “lo studio dello strumento deve fare i conti con i movimenti cinetici, con la memoria armonica e melodica: sono tutte attività che richiedono una preparazione quasi atletica e costante”. Quindi sì, pur senza pressioni, i signori Rana ammettono di aver guidato la figlia evitando così dispersioni. Che dicono del soft parenting? “Il rispetto dei tempi e delle emozioni di un figlio non dovrebbe mai essere in discussione: nessun risultato artistico vale la serenità di un bambino. C’è però una differenza tra il non fare pressione e il non guidare. Il talento ha bisogno di una struttura, di obiettivi, di qualcuno che gli stia accanto nei momenti di fatica e di scoraggiamento, inevitabili in qualsiasi percorso serio. Questo non è pressione, ma educazione alla responsabilità, e vale per la musica come per qualunque altro ambito della vita. Il vero equilibrio, per me e mio marito, è stato sempre quello di distinguere tra la pressione del risultato a tutti i costi — che rifiutiamo — e la disciplina del percorso, che invece consideriamo imprescindibile”.
ANNA DANESI
La storia di Anna Danesi, capitana delle azzurre della pallavolo, comincia con una parola chiave: occasione. A quattordici anni, arriva una chiamata dalla società Orago. “Facciamo un anno e vediamo”, si dissero i coniugi Danesi. Anna viene osservata dagli scout, e decolla. Nessuno decide al posto suo. La madre lo ripete più volte: le scelte sono sempre state sue. I genitori hanno ascoltato, accompagnato, sostenuto. Il prezzo è stato altissimo, trecento chilometri nei fine settimana per portarla a casa (Brescia) o accompagnarla alle partite. Ore in macchina, trasferte. La madre opta per un par-time per dedicarsi alle due figlie, anche la maggiore mostra interesse per la pallavolo. “Questa scelta mi ha penalizzato in termini di pensione, ma non mi interessa, ho cresciuto le mie figlie”.
Anche questa storia restituisce, come le altre tre, un’idea simile dell’educazione: presenza senza invasione, regole senza ossessione, disciplina senza trasformare ogni giornata in una gara. E poi c’è il momento in cui arriva il primo grande successo, quello che, per qualche minuto, ripaga tutto.
Il talento non si fabbrica, ma si può imparare a riconoscerlo. E, soprattutto, a non rovinarlo. Le regole che aiutano a farlo non servono soltanto a crescere un campione. Possono aiutare qualsiasi bambino e ragazzo a diventare un adulto più solido e più libero.
